venerdì 31 gennaio 2014

The Wolf of Wall Street

Strabordante, eccessivo, sfrenato.
L'ultimo film dell'intramontabile Martin Scorsese - il quinto con protagonista Leonardo DiCaprio - è la storia di Jordan Belfort, apprendista broker a Wall Street che, in seguito al "lunedì nero" del 1987, si mette in affari con il vicino di casa Donnie Azoff (Jonah Hill) e fonda la Stratton Oakmont, società d’investimento basata su penny stocks e affari non proprio legali. Un crescendo di eccessi - donne, droga, denaro - che attira ben presto l'FBI, ma fermarsi si rivela impossibile.

Basato su una storia vera - di più, il film è l'adattamento cinematografico dell'omonima biografia del vero Belfort - "The Wolf of Wall Street" è un film sul Potere e sul Denaro, vero dio della società capitalista e lasciapassare per l'onnipotenza: con i soldi è possibile acquistare tutto, non solo case, barche, droghe e sesso, ma anche l'ammirazione, l'amicizia o la libertà in carcere. Un ritratto impietoso di un uomo e di una società senza regole e senza morale, in cui il più forte può tutto, e chi si fa frenare dalla propria coscienza - l'agente dell'FBI Patrick Denham (Kyle Chandler) - si ritrova a dover tornare a casa in uno squallido vagone della metro, o a vivere in una sterminata periferia, geografica e sociale, in cui si sogna costantemente il successo ma non si hanno le carte per raggiungerlo (l'impietosa scena finale). 
E' ambiguo lo sguardo del regista, così com’è ambiguo il nostro giudizio verso personaggi in teoria da disprezzare, ma che di fatto risultano attraenti, accattivanti, oggetto della nostra ammirazione. Nel film non c'è posto per nessun sentimento vero, se non per un amore confuso col sesso e che affoga in un inganno costante, e per un’amicizia di casta - quella tra Jordan, Donnie e i vertici della Stratton Oakmont - che non si esita a tradire per salvarsi la pelle. 
La pellicola è satura di sesso e droga come non mai in Scorsese, e l'effetto è quello di un ottovolante di follia dal quale è impossibile scendere: si resta a bocca aperta in più di un'occasione, e molte scene risultano davvero esilaranti. Si sprecano i paragoni: da "Quei bravi ragazzi" dello stesso Scorsese (un parallelo tra il mondo della mafia e il mondo della finanza che lascia molto da pensare) al "Wall Street" di Stone, che aveva affrontato gli stessi temi ma in maniera, se vogliamo, più "quieta"; dal "Blow" di Ted Demme, ovvero come creare un impero dal nulla, al fiume di droga in "Paura e Delirio a Las Vegas" di Terry Gilliam. Molti confronti e paralleli possibili che non scalfiscono però la solidità di un'opera che ci mostra, per l'ennesima volta, un regista in stato di grazia e che, da "The Departed" in poi, non sbaglia un colpo: impeccabile e impareggiabile. Ottimo anche il cast: Hill e una splendida Margot Robbie, nei panni della seconda moglie del protagonista, supportano al meglio un DiCaprio sul quale, ormai, non è più necessario aggiungere nulla.


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