giovedì 30 maggio 2013

La Grande Bellezza

La nemesi de "La Dolce Vita" felliniana nella Roma da incubo dei giorni nostri. Protagonista non è il Marcello Rubini di Mastroianni ma un altro giornalista, Jep Gambardella (Toni Servillo), ex scrittore e re della scena mondana romana: una vita passata tra party che finiscono all'alba, belle donne, successo e ricchezza, giunto ai sessantacinque anni inizia a guardarsi alle spalle, a fare i conti col tempo trascorso e rimasto, a cercare un senso nella propria vita e nel mondo che lo circonda.

Molta la diffidenza all'ingresso in sala - la scottatura di "This must be the place" ancora brucia - e all'inizio del film: Sorrentino ci va giù pesante con quella magniloquenza e bellezza formale che possono incantare ma anche infastidire, laddove a inquadrature e movimenti di camera geometricamente perfetti e a una fotografia vivida non corrisponde altrettanta ricchezza di contenuto. Era questa una delle critiche principali mosse al film precedente, non è questo il caso de "La Grande Bellezza": a primo impatto le scene in discoteca e nelle feste casalinghe sono i soliti, lunghi videoclip sorrentiniani, ma in quest'opera trovano, come mai prima d'ora, una funzione ben precisa: sembra quasi una versione cinematografica del Dagospia di D'Agostino la carrellata di mostri che il regista ci mette di fronte, una lente deformante volta a sottolineare le deformità, le bruttezze e i vizi di questa borghesia vecchia nel corpo e nello spirito che di questa povera Italia rappresenta un'immagine piuttosto esaustiva.

Sappiamo già che Toni Servillo è un attore divino, ma qui tocca forse il suo apice: la critica mossa dal suo Jep Gambardella alla società romana - e all'Italia tutta - ha una forza disarmante in quanto ci mostra l'orrore dall'interno, lui che, in quanto "re della scena", ne rappresenta il nucleo infetto. Autore di un grande libro negli anni Settanta, Jep si perde ben presto in quello che definisce "il vortice della mondanità" e si ammala di un male invisibile: il potere ("le feste, non volevo solo partecipare, volevo avere il potere di farle fallire"), il successo, l'arrivismo. Impossibile non pensare allo stesso Servillo nei panni di Andreotti ne "Il Divo": la stessa la malattia, diversi i sintomi e il decorso.
Jep si rende conto della condizione in cui si trova - uno dei momenti più potenti del film è forse il dialogo con cui annienta Stefania (Galatea Ranzi) e tutta la cricca di "amici", se stesso incluso - ma non può guarire né vuole farlo: continua ad andare in scena, a soddisfare il proprio pubblico, a vivere ogni evento della vita, anche un funerale o la visita di una missionaria fatta Santa, come un evento mondano. Cosciente della melma, vi resta per affondare. E altre possibilità non ci sono: conosce il marito del suo primo amore d'adolescenza e, di fronte alla normalità della vita di questo, fatta di casa, televisione, bicchiere di vino e poi a letto, l'unico commento possibile è un dolce, sincero ma disperato "ma che belle persone che siete...".

L'umorismo malefico e feroce che pervade il film non risparmia nessuno, né la ricca borghesia mondana né la gente comune, né i cardinali che pensano solo all'aldiquà né le suore che spendono settecento euro dall'estetista, né i conti decaduti che vendono la propria partecipazione agli eventi come fossero ex partecipanti del Grande Fratello, né il mondo dell'arte contemporanea che violenta l'infanzia di poveri bambini alla ricerca del successo, e potremmo girare ancora per molto in questo zoo. Si salva forse solo la povera e grottesca Ramona (Sabrina Ferilli), vittima incosciente di una società che non capisce e pesce fuor d'acqua, alla quale Jep tenta di aggrapparsi per rivivere un'improbabile nuova primavera. Non si salvano invece né Romano né Carlo Verdone che lo impersona: personaggio un po' povero e non fondamentale nella narrazione, ma la nota di colore dell'ultra cinquantenne che vive in una casa di studenti ed è combattuto sul tornare "al paese, dai suoi" perché "Roma lo ha deluso" è la ciliegina su una torta marcia, e lascia molto da pensare sul caos anagrafico che impera nella nostra Italietta.

Ed infine non si salva nemmeno la Roma dalle due facce, quella eterna dei monumenti, delle piazze e delle statue tenute al buio in sontuosi palazzi, che viene violentata dall'altra Roma, quella di oggi, senza futuro e senza punti di riferimento. E' qui che i giovani non solo non hanno più risposte, ma nemmeno le domande (il giovane Andrea), è qui che di fronte a un piatto di spaghetti non c'è più il rassicurante Sordi ma un arabo con la moglie sottomessa al fianco, è qui che di lavoro o si fa il ricco (l'Orietta di Isabella Ferrari) oppure la mignotta. Emblematica l'apertura del film, col turista giapponese che, fotografando la Città Eterna, muore all'improvviso, non si sa se per la bellezza di ciò che ha di fronte o come se colpito da una malattia invisibile.
Centrale il tema dell'immagine, il continuo fotografare e fotografarsi, sintomo dei nostri tempi. Futile tentativo di congelarsi in un eterno presente e al tempo stesso traccia inesorabile dell'incessante scorrere del tempo - la paura più grande di Jep che, di fronte alla mostra dell'artista che si è fotografato una volta ogni giorno per una vita intera, finisce in lacrime.

"E' solo un trucco", conclude il protagonista a proposito della vita - e la citazione di Céline in apertura non poteva essere più azzeccata. "Le radici sono importanti", l'unica risposta che ottiene da chi la Grande Bellezza l'ha vista davvero.
Monumentale.

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