mercoledì 17 aprile 2013

Un giorno devi andare



Augusta (Jasmine Trinca) è una trentenne che in poco tempo ha visto la propria vita andare a rotoli: un aborto inaspettato, la scoperta dell'impossibilità di avere figli e il conseguente abbandono da parte del proprio compagno. Disperata, abbandona l'Italia per riparare in Brasile dove, in compagnia di suor Franca (Pia Engleberth), percorre in barca le acque del Rio delle Amazzoni e tenta di portare la parola di Dio e mezzi di sostentamento alle popolazioni indigene del posto, per cercare di dare un nuovo significato alla propria vita. Insofferente all'atteggiamento e ai fondamenti religiosi della compagna di viaggio, ben presto Augusta decide di proseguire il percorso da sola, andando a vivere nel mezzo della favela di Manaus dove si scontrerà con una povertà e un degrado oltre ogni limite ma anche con la vitalità della gente del posto, capace di superare mille avversità. Ma l'ennesima disgrazia la rimetterà in cammino alla ricerca di nuove risposte.

Il terzo film di Giorgio Diritti ("Il vento fa il suo giro", "L'uomo che verrà") è un viaggio all'interno dell'animo della protagonista, che si rispecchia in una natura - il Rio delle Amazzoni e il Rio Negro, i villaggi indigeni, le due facce di Manaus - tanto vasta quanto misteriosa e contraddittoria. Un viaggio che non ha né un punto di partenza né un traguardo: Augusta soffre per tutto l'arco del film, trova sporadiche ed effimere pacificazioni nel far del bene all'interno della favela, attraverso sforzi subito vanificati dalla corruzione, dai poteri forti, legali o meno, e da un "progresso sociale" che sgretola il senso di appartenenza ad una comunità attraverso chimere di denaro facile e rapido. E alla fine la protagonista si ritrova di nuovo sola, su un'isola deserta, a faccia a faccia con un Dio rappresentato da una natura sorda ai suoi perché.
Una staticità che è anche la pecca principale del film, incapace di dar luogo ad evoluzioni o perlomeno a maturazioni dei personaggi in gioco. L'espressione della Trinca è la stessa per tutti i 110 minuti, così come quella della madre (Anne Alvaro) sofferente per la figlia lontana - una presenza, all'interno del film, forse ingiustificatamente eccessiva. Anche suor Franca appare e riappare nel corso del film impassibile agli eventi, senza mostrare il minimo cambiamento. Una monotonia espressiva che contribuisce ad appiattire una visione che cerca un appoggio solido in splendide e toccanti riprese documentaristiche del cuore dell'Amazzonia e dei centri abitati che sorgono sulle sponde del fiume: documentaristiche appunto, ma non sufficienti per un film che si pone la narrazione come obiettivo.
C'è molta poesia nel film, forse troppa. A tratti è essenziale e ispirata - la scena iniziale in cui una luna ricoperta da nubi si trasforma in un feto ripreso durante un'ecografia, per poi sfumare nel volto sofferente di Augusta: qual miglior modo per narrare allo spettatore la situazione? - altre volte è inutile e fuori luogo: che senso ha soffermarsi sui rifiuti che sommergono Manaus, accompagnati dai sorrisi eccitati dei bambini del posto, quando poco prima ci si è schierati a favore degli abitanti della favela che tentano di opporsi allo sviluppo selvaggio? C'è infine un interessante intreccio di sguardi, quelli con cui l'Occidente civilizzato ed evoluto di Augusta e l'ambiente degradato ma ancora capace di umanità degli abitanti di Manaus si osservano vicendevolmente: sguardi entrambi falsati e distorti, che immaginano un qualcosa che non c'è in un tentativo disperato di fuggire i propri problemi, nell'uno (Augusta) e nell'altro caso (i sogni del giovane Joao e quelli di Janaina al suo arrivo in Italia).

Privo di una sceneggiatura solida e incapace di dare una forma compiuta al racconto, Diritti preferisce dare alito alle sensazioni pure e alle immagini: punta in alto, ma si ferma a mezz'aria.


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