lunedì 29 aprile 2013

In Zaire "White Sun Black Sun"

Il primo album vero e proprio degli In Zaire è un gioiello. Dopo una serie di ep, live e split, Alessandro De Zan, Riccardo Biondetti (insieme sin dai tempi dei G.I.Joe) e Claudio Rocchetti, anche grazie all'ingresso in formazione del talentuoso Stefano Pilia (Massimo Volume, 3/4 had been eliminated, Il sogno del marinaio), riescono finalmente a plasmare quel materiale psichedelico e deflagrante partorito in vorticose jam sessions e ad incanalarlo in direzioni ben definite. I brani sono più brevi rispetto al passato e mai come ora si vede chiaramente la forma, il disegno, sia dell'insieme - un ipotetico concept sul Sistema Solare - sia dei singoli brani. La potenza trascinante che trasudano dal vivo finalmente trova posto anche nei solchi di questo "White Sun Black Sun", lì dove in passato rimaneva solo una traccia, una copia non fedele del furente impatto live.

Il registro espressivo è ampissimo: Sun sciorina un drumming maniacale di stampo hard/garage e un basso che pulsa come mai prima d'ora, martellante e sferragliante, mentre Moon è un motorik sciolto in un acido di delays e loops, con la chitarra di Pilia che tratteggia scie elettriche fosforescenti. L'incedere della batteria di Biondetti, supportata dal basso pulsante di De Zan, è oramai un marchio di fabbrica al quale siamo piacevolmente assuefatti. Mars, lenta e afosa, ha un incedere bluesy che sa di deserto, siano le sabbie quelle del Sahara o del Pianeta Rosso, mentre Mercury mette in campo un inedito ritmo quadrato a far da supporto ad echi sinistri in sottofondo che si trasformano in un tech-funk scarnificato e spettrale. Fantasmi che ritroviamo in Jupiter, lento gioco di mutazioni in salsa dub, e in Venus, una batteria che tenta accelerazioni puntualmente frustrate dalle frenate della chitarra, gioco che origina un accumulo di tensione chiave e fonte d'energia del brano stesso. La chiusura spetta a Saturn, un angolo di Africa nel mezzo della galassia: echi dalla giungla e percussioni, e ancora una volta un'atmosfera straniante e irreale. Impossibile non pensare al moniker stesso della band, omaggio a un luogo che non esiste e puro sfasamento spazio-temporale: sembra "Terra" ma è solo un simulacro, siamo in una pellicola sci-fi che non promette nulla di buono. Per finire in una nuova, conclusiva galoppata catartica a mille all'ora verso il cuore del rumore.

Al vertice della ormai blasonata - esiste o è anch'essa un miraggio? - italo psychedelia.

(Sound Of Cobra, Tannen, Offset 2013)


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