sabato 9 febbraio 2013

Django Unchained

"Django Unchained": rovente l'attesa per ogni nuovo film di Quentin Tarantino, e come ogni volta roventi le discussioni e le polemiche.

A tre anni di distanza dal successo di "Inglorious Basterds" il regista torna omaggiando il cinema italiano di serie B di cui è un fan dichiarato da tempo, riprendendo il personaggio portato sullo schermo da Sergio Corbucci del 1966: in realtà del Django originale rimangono soltanto il nome e uno spassoso quanto fulmineo cameo di Franco Nero. Quello di Tarantino invece è nero di fatto: Jamie Foxx è uno schiavo nel Texas di metà Ottocento che diventa libero a seguito del fortuito incontro col Dottor King Schultz (Christoph Waltz), dentista di origine tedesca che si improvvisa cacciatore di taglie. I due iniziano a lavorare insieme, ma ben presto viene fuori il vero obiettivo di Django: ritrovare e liberare la moglie Broomhilda (Kerry Washington), anche lei schiava. Dopo un freddo inverno e molti ricercati giustiziati dalla improbabile coppia, la ricerca terminerà nel Mississippi, esattamente nella piantagione del ricchissimo e spietato latifondista Calvin Candie (Leonardo DiCaprio), proprietario di Broomhilda. Per convincerlo a cederla, Django e Schultz faranno leva sulla passione di Candie per la lotta tra mandingo, ma non tutto filerà per il verso giusto, e i fuochi d'artificio non tarderanno ad esplodere.

Giudizi contrastanti. In molti non hanno apprezzato il bulimico tasso di gag iperboliche inserite nel film, dallo strampalato assalto del Ku Klux Klan ai dialoghi improbabili e teatrali, dalla carrozza con l'incisivo del Dottor Schultz ai voli pindarici conseguenza di pallottole beccate nello stomaco. Componente che non è mai mancata nel cinema di Tarantino e che anzi, da "Kill Bill" in poi, vale a dire per tutta la seconda metà della carriera del nostro, ne ha costituito uno dei pilastri. Ma per molti con "Django Unchained" è stato superato il limite. D'altra parte il film è un vero e proprio spettacolo, nel senso letterale del termine: un crescendo di violenza che passa dai ricordi di Django delle torture subite alla lotta tra i mandingo nel salotto di Candy, dalla furia omicida di un DiCaprio in stato di grazia fino all'esplosivo grand guignol finale, un bagno di sangue come non se ne vedevano dai tempi di "Scarface". Tutto è portato all'estremo, le battute dei personaggi, le trovate comiche, la violenza, tutto è gonfiato a dismisura e constribuisce alla potenza di un film il cui scopo fondamentale è l'intrattenimento. Non ci sono né crescendo di tensione né impressionanti colpi di scena - la trama è prevedibile e il vincitore è noto sin dall'inizio - così come non ci sono intenti morali nel film, anzi: è un film sullo schiavismo in cui i neri alla fine si prendono la loro vendetta, ma lungi da Tarantino ogni volontà di retorica. Tutto serve al solo, puro e semplice scopo di far spettacolo.

Come era lecito prevedere, la firma di Tarantino si riconosce anche per il solito ultra-citazionismo, per l'utilizzo di titoli di testa, di coda e di scritte in sovraimpressione che omaggiano il film di Corbucci e tutto il cinema spaghetti-western, per l'eclettica colonna sonora che accosta Morricone (non poteva mancare), Ortolani e Bacalov a James Brown, 2Pac e Rick Ross. Cast impeccabile, alle ottime performance dei già citati si aggiunge quella di Samuel L Jackson nei panni di Stephen, capo della servitù a Candyland tanto spassoso quanto cruento.

Ci siamo divertiti, siamo usciti dalla sala sazi. Ma a gonfiarlo troppo, il palloncino prima o poi scoppia: vediamo cosa si inventerà Tarantino la prossima volta.
 
 

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