giovedì 6 dicembre 2012

Il Sospetto

Tra i vincitori a Cannes 2012 c'è anche Mads Mikkelsen, protagonista dell'ultima fatica del danese Thomas Vinterberg, "Il sospetto" ("Jagten").
Il co-fondatore di Dogma 95 riprende il tema del suo film d'esordio, "Festen": gli abusi sessuali sui minori. Ma se nel film del 1998 questo era il tema centrale, in "Jagten" è solamente la miccia che fa esplodere la polveriera intorno al protagonista, il quarantenne Lucas (Mikkelsen, appunto), disoccupato e separato dalla moglie che, proprio nel momento in cui sta risollevando la propria vita trovando una nuova compagna, ottenendo la custodia del figlio Marcus (Lasse Fogelstrøm) e trovando un nuovo lavoro presso l'asilo del piccolo paese in cui vive, viene ingiustamente accusato di pedofilia. Le semplici parole pronunciate dalla piccola Klara (Annika Wedderkopp), figlia del suo migliore amico (Thomas Bo Larsen), in un momento di rancore infantile e turbamento, provocheranno una reazione a catena che creerà il vuoto attorno al povero Lucas: perderà il lavoro, quelli che un tempo erano i suoi migliori amici diventeranno i suoi più acerrimi nemici e verrà escluso dalla società, impossibilitato anche nel compiere semplici azioni quotidiane come comprare la spesa o uscire di casa.

"Il sospetto" è una vera e propria escalation di pathos: Vinterberg porta sullo schermo con un impatto devastante l'isteria collettiva e la violenza della gente che monta lenta ma inesorabile, e altrettanto sconvolgente è la forza che dona al protagonista, necessaria a resistere alla situazione in cui viene a trovarsi e con cui tenta di portare avanti una vita "normale". Uniche ancore di salvezza sono il figlio e l'amico Bruun (Lars Ranthe), gli unici a non avere il minimo dubbio sulla sua innocenza e a non credere alle menzogne che si moltiplicano e dilagano come virus per tutto il paese. Molte le scene che si imprimono indelebilmente nella memoria, da quella del supermercato (il cuore pulsa all'impazzata, ci si immedesima completamente nel protagonista e vampate di rabbia scaldano il viso) alla successiva che ha per protagonista la povera cagnolina Fanny (idem), passando per la straziante vigilia di Natale in chiesa all'incredibile duplice finale, con l'incontro tra Lucas e la piccola Klara e la scena di caccia conclusiva.

Tecnicamente il film è impeccabile: sono lontani i tempi degli esordi caratterizzati da inquadrature mosse e volutamente fuori fuoco, qui la cura dei dettagli è perfetta. Ogni scena è funzionale al crescendo emotivo, le pause, il soffermarsi su un particolare o su uno stato d'animo servono a Vinterberg per perfezionare il transfert dal protagonista allo spettatore, che soffre come lui in un completo stato di empatia. E la caratterizzazione dei personaggi è anch'essa esemplare, i sentimenti forti esplodono (la rabbia di Marcus a casa di Theo) o implodono (la resistenza di Lucas), i volti degli altri trasudano ambiguità e sospetto. Vari temi rilevanti emergono dal film, primi tra tutti la violenza della società, immediatamente pronta a condannare e assai più raramente a perdonare - e anche quando lo fa, spesso il perdono è solo di facciata - e l'educazione dei bambini che sempre più vengono posti su un piedistallo da cui ogni parola pronunciata è oro colato, verità senza se e senza ma - il film è tratto da un fatto di cronaca realmente accaduto.

La traduzione letterale del titolo è "la caccia": hobby della piccola comunità danese in cui il film è ambientato e tema predominante del film - Lucas è ovviamente la preda. Si esce dalla sala tramortiti, spossati e sfiniti. Certi di aver assistito a un grande, grandissimo film.


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