venerdì 5 ottobre 2012

Reality

Luciano (Aniello Arena) è un simpatico pescivendolo che vive e lavora a Napoli, nello storico quartiere Barra. Una moglie e tre figli, la sua vita trascorre tranquilla fino al giorno in cui partecipa per gioco, senza troppe pretese, ai provini del Grande Fratello. Passate le prime selezioni inizia a convincersi di essere uno dei prossimi partecipanti: una vera ossessione che lo porterà a rovinare la propria vita e quella dei suoi cari e a non saper più distinguere la realtà circostante dalla finzione.

Il nuovo film di Matteo Garrone, salito alla ribalta dopo la sbornia di successo di Gomorra, arriva forse fuori tempo massimo oggi che il fenomeno dei reality show si è attenuato (consolidato?) e non è più sulla bocca di tutti come qualche anno fa. Un ritardo che non smorza però la forza di un film capace di veicolare messaggi sempreverdi quali il potere sciamanico dei media, la cultura italiana fondata sull'apparire, i falsi miti (Enzo, "celebre" ex-concorrente del GF che, nelle continue apparizioni in discoteca o ai matrimoni, ripete sempre le stesse frasi vuote di significato), i falsi bisogni (il successo e i soldi piuttosto che la famiglia, un buon lavoro e una vita serena). Nell'implicita denuncia si trova un'affinità forte con l'ultimo Ciprì (si rimanda alla recensione di E' stato il figlio su queste pagine), per quanto stilisticamente lontano anni luce, mentre un altro aspetto lega Reality a Cesare deve morire, altra pellicola italiana di questo fortunato 2012: l'utilizzo di carcerati come attori, praticamente l'intero cast nel film dei fratelli Taviani, ambientato e girato dentro il carcere di Rebibbia, il solo protagonista nel film di Garrone. L'eccezionale Aniello Arena sta infatti scontando un ergastolo a seguito della strage del 1991 a Barra, Napoli, in cui persero la vita tre persone. Non intendo trattare la questione morale in questo articolo, ma è inevitabile pensare alla sensazione da lui provata nel recitare nello stesso, esatto luogo dell'evento che ha segnato la sua vita. Da brivido.

Garrone è come sempre impeccabile. Da segnalare gli azzeccatissimi primissimi piani del protagonista che mettono fuori fuoco tutto il resto, a simboleggiare l'incapacità di Luciano di vedere la realtà che lo circonda, ormai completamente focalizzato su se stesso e sull'universo di finzione nel quale si è calato. Allo stesso modo restano impresse le zoomate aeree che aprono e chiudono il film: non a caso il cortile della casa del Grande Fratello, unica luce nel mezzo di una Cinecittà spenta nella notte, simbolo della falsità del mondo dello spettacolo, capeggia anche in locandina. E' infine possibile ritrovare delle costanti del cinema di Garrone, vedi l'ambientazione che l'accomuna a L'imbalsamatore e Gomorra o l'utilizzo del dialetto e dei sottotitoli. E, nel finale, la bieca risata di Luciano è il miglior punto che si potesse usare per chiudere la vicenda di un uomo - simbolo della nostra Italietta - ormai alla deriva.


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