venerdì 19 ottobre 2012

On the road

Abbiamo dovuto attendere oltre sessant'anni per la prima trasposizione cinematografica del celeberrimo romanzo di Kerouac, scritto nel 1951 e ben presto assurto a simbolo della cosiddetta Beat Generation. Diretto da Walter Salles (Central do Brasil, I diari della motocicletta) e prodotto da Francis Ford Coppola, che da anni inseguiva l'idea, la storia è arcinota: le peregrinazioni dello scrittore franco-canadese Sal Paradise (alter ego dello stesso Kerouac, interpretato da Sam Riley) dal '47 al '51 attraverso tutti gli States e giù fino al Messico, in compagnia dello scapestrato e incontenibile Dean Moriarty (pseudonimo di Neal Cassady e impersonato da Garrett Hedlund), senza un soldo in tasca, tra donne (su tutte Kristen Stewart nei panni della sfattissima e libertina Marylou e Kirsten Dunst in Camille, madre dei figli di Dean), alcool, benzedrina e chilometri d'asfalto.

Quello di Salles è un road movie furbo nel limitare gli elementi meno attraenti e a sottolineare quelli di maggiore richiamo, in modo da adattarlo il più possibile al grande pubblico: tanta musica e tanto jazz innanzitutto, come da copione. Tanta droga e tanto sesso, eterosessuale e non. C'è l'amore consumato da Marylou con Sal e con Dean, quest'ultimo sempre pronto a soddisfare i propri bisogni e quelli di ogni creatura intorno a lui. C'è Carlo Marx / Allen Ginsberg (Tom Sturridge) con le sue pene d'amore per Moriarty solo parzialmente soddisfatte, e c'è la relazione tra i due protagonisti caratterizzata da un'attrazione omosessuale latente; ci sono le follie e i deliri di Old Bull Lee / William Burroughs, portato sullo schermo da un Viggo Mortensen ispirato, peccato il poco spazio concessogli ma tant'è. Ma soprattutto c'è la fotografia eccellente di Eric Gautier che regala magnifici scenari di un'America il cui mito è duro a morire - da New York a New Orleans, passando per il West e per il Messico selvaggio - e che ricorda Into the wild (sempre opera di Gautier, non a caso), altro film di strada e vita selvaggia. Ma purtroppo la fotografia non riesce a compensare in pieno una narrazione spesso frammentaria ed episodica, che si lascia apprezzare ma che non rapisce. Manca il flusso del bebop che tanto ha influenzato la scrittura di Kerouac, il ritmo del jazz che si trasmette alla parola scritta pagina dopo pagina dopo pagina, senza sosta, come la leggenda stessa che vuole On the road scritto in una notte di furia, ispirazione e benzedrina, a sudare fuori la propria vita. Assistiamo pacati, ci lasciamo rapire, ma manca la fibrillazione.
Una magia che riesce solo a metà. Forse meno di metà.


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