sabato 27 ottobre 2012

Amour

Il nuovo film di Michael Haneke, premiato con la Palma d'Oro a Cannes, narra la storia di una coppia di ottantenni, Georges (Jean-Louis Trintignant) e Anne (Emanuelle Riva), insegnanti di musica in pensione. La loro esistenza tranquilla, fatta di concerti, letture casalinghe, visite della figlia (Isabelle Huppert) e di ex allievi ora in carriera viene sconvolta da un ictus che improvvisamente colpisce Anne. Con la promessa fatta da Georges di non abbandonarla in un ospedale e con il progressivo avanzare della malattia, la loro vita cambia radicalmente, assestandosi in una nuova, straziante routine fino all'inevitabile epilogo.

Dopo l'ottimo Il nastro bianco, il regista austriaco firma un nuovo capolavoro che ha innanzitutto il merito di riportare sulle scene dopo anni due attori di caratura mondiale. Trintignant (Il sorpasso, Un uomo una donna, Il conformista, Z - L'orgia del potere) e la Riva (Hiroshima Mon Amour, Tre Colori: Blu) sono eccellenti, e la loro recitazione tocca ancora di più dal momento che abbiamo a che fare con due attori che il tramonto della vita lo stanno vivendo davvero. Finzione e realtà si fondono in ogni loro passo e in ogni sguardo, che mettono lo spettatore di fronte a temi potenzialmente devastanti come il passare inesorabile del tempo, lo sfumare della vita e il senso dell'esistenza che sfugge dalle dita: e tale potenza devastante ci investe in pieno ma senza fare rumore, senza colpi di scena o episodi strappalacrime, che poi le lacrime scendono comunque.

Haneke dà il meglio di sé nell'uso estenuante di silenzi e attese, prolungando pause all'interno di un dialogo o insistendo a oltranza su un'inquadratura vuota, simbolo degli oggetti che sopravvivono all'uomo (la casa vuota nel finale, i dipinti mostrati in sequenza). La telecamera fissa, vero marchio di fabbrica del cinema hanekiano, si sposa alla perfezione con inquadrature geniali, come quella del pubblico che assiste al concerto ad inizio film. In questi "quadri di cinema" Haneke gioca con lo spettatore, controllandone il pensiero a piacimento e senza fretta: basti pensare alla scena in cui Anne, appena tornata dall'ospedale, è sdraiata a letto con un premuroso Georges, diviso tra la volontà di aiutarla e il non farle pesare la sua situazione. Noi siamo Georges in quel momento, come lui ci chiediamo se la moglie riuscirà a tenere il libro o a spegnere la luce, e il regista indugia nelle attese sapendo cosa stiamo pensando, dandoci tutto il tempo necessario per assorbire la drammaticità e la densità del momento. La sua telecamera è uno sguardo unico sull'umano, capace tanto di cogliere le più piccole sfumature dei singoli personaggi quanto di rappresentare l'universale nell'essere umano. Nessun compiacimento o strizzata d'occhio verso lo spettatore, del resto non l'ha mai fatto: ogni aspetto, anche il più crudo, viene mostrato (penso alla scena della doccia o a quella dello schiaffo, da annali del cinema). Un pugno allo stomaco la sequenza iniziale, che ci mostra già Anne morta nel suo letto, negandoci ogni possibile speranza, un altro pugno allo stomaco la straziante scena finale. Non siamo poi così lontani dal crudo Funny Games: la stessa tecnica registica, la stessa capacità di Haneke di controllare come marionette i nostri sentimenti.
Ma l'indugiare di Haneke sugli sguardi di Anne e Georges porta in primo piano un'altra cosa: quell' "amour" che dà il titolo al film, un sentimento che né la figlia né i vicini che vengono a far visita alla coppia riescono a cogliere e a comprendere, ma solo Georges e Anne, uniti in un legame sacro ed eterno. Solo l'amore riesce a sopravvivere alla morte.


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