martedì 18 settembre 2012

Pietà

Lascia l'amaro in bocca il ritorno di Kim Ki-duk, fresco di trionfo al Festival del Cinema di Venezia.
"Pietà" è la storia di Lee Gang-do (Lee Jung-jin), un feroce strozzino che si aggira nel quartiere Cheonggyecheon di Seul per riscuotere i debiti, rendendo invalido chi non può pagare così da incassare i soldi dell'assicurazione. Improvvisamente nella sua vita entra una donna (Jo Min-soo) che dichiara di essere sua madre, ricomparsa dopo averlo abbandonato alla nascita trent'anni prima: ciò metterà in atto dentro di lui un cambiamento irreversibile e tragico.

Difficile dire di più sulla trama del film senza svelare troppe sorprese, vi basti sapere che si tratta dell'ennesimo film targato Kim Ki-duk, con alcuni dei pregi tipici e molti degli altrettanto tipici difetti: tra i primi va sottolineata la scelta della location, con i depositi abbandonati, le baracche e i macchinari del luogo in cui si è sviluppata l'industria tecnologica coreana e in cui lo stesso Kim Ki-duk ha vissuto e lavorato durante l'adolescenza. Va poi sicuramente ricordata l'eccellente fotografia, più nera del solito e perfetta nel veicolare l'estremismo visivo che dal 1996 caratterizza i film del sudcoreano, qui rappresentato al meglio dalle violenze che Gang-do infligge alle proprie vittime, dalla carne e dalle frattaglie sparse nel pavimento del bagno o ancora dalla memorabile scena finale, vero e proprio manto rosso porpora su uno sfondo oscuro. Un estremismo che però, qui più che in altri casi, fa perdere credibilità alla vicenda: gli eccessi di violenza del protagonista e l'improvviso cambiamento dopo la riconciliazione con la madre, con tanto di ninne-nanne, occhialini ridicoli e palloncini colorati, stridono in maniera imbarazzante, così come alcuni buchi e approssimazioni di sceneggiatura (gli interessi sul prestito del 1000%, la quasi totale assenza di domande alla madre sul suo passato), che contribuiscono a rendere i personaggi meno tridimensionali, marionette in un disegno complessivo che si sviluppa indipendentemente dalle loro azioni. Eccessi e contrasti in puro stile Kim Ki-duk, ma forse stavolta ha calcato troppo la mano.

Tornando con la memoria a "Real Fiction" e a "La Samaritana" riemergono con forza i temi della vendetta - sviluppato meglio qui che nel film del 2000, ma non era impresa ardua - e di quella pietà che dà il titolo al film e capeggia in locandina come la celebre opera di Michelangelo: una pietà che mostra innanzitutto Gang-do con le sue vittime, prima bersagli di una furia cieca e sadica e poi persone degne di essere ascoltate e capite. Ed è pietà quella nelle lacrime di Mi-seon, prima di ultimare il suo disegno. Sentimenti e forze che investono uomini dotati di un corpo e di pulsioni terrene: al centro di tutto ci sono la carne e il denaro. La prima, umana e animale, è il bersaglio della violenza e del sesso usato come forma di dominio. Il secondo è la chimera che spinge le vittime a contrarre debiti pur essendo coscienti di ciò a cui si va incontro.
Ma la lotta al capitalismo, tanto strombazzata dalla critica italiana e dallo stesso regista che dal 2008 continua a vivere ai margini della società, in realtà nel film rimane un aspetto secondario limitato a pochi interventi, come le parole del vecchio che si getta dal palazzo in costruzione o il giovane padre di famiglia che si farebbe amputare le mani pur di dare un futuro migliore al figlio che sta per nascere. Il premio più importante della sua carriera Kim Ki-duk l'ha vinto con quello che è molto lontano dall'essere il suo miglior film.


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