sabato 15 settembre 2012

E' stato il figlio

Palermo, oggi. Durante l'attesa alle poste, un incidente d'auto fornisce lo spunto ad uno strano uomo (Alfredo Castro) per narrare una storia: quella dei Ciraulo, famiglia di bassa estrazione sociale che viveva nella periferia palermitana degli Anni Settanta, composta da Nicola (Toni Servillo), Loredana (Giselda Volodi), i figli Tancredi (Fabrizio Falco) e Serenella (Alessia Zammitti), e i nonni Fonzio (Benedetto Raneli) e Rosa (Aurora Quattrocchi). Nicola manda avanti la famiglia - "la fa campare" - rivendendo i rottami metallici di vecchie navi abbandonate, assieme al figlio e al padre. Gli uomini al lavoro, le donne a casa: tutto scorre nella più placida routine fino a quando Serenella viene uccisa per errore durante una faida mafiosa. La tragedia e il lutto durano ben poco, giusto il tempo di sapere che è possibile ricevere una somma ingente dallo Stato come risarcimento per le vittime di mafia: subito i Ciraulo iniziano a fare grandi spese e a contrarre debiti in attesa di quei soldi che non arrivano. Quando finalmente ottengono i milioni attesi, c'è spazio per saldare i conti in sospeso e per decidere come investire la cifra restante. Per cercare di dare una svolta alla propria vita sperando di avere un futuro migliore? No, comprandosi una costosissima Mercedes, la macchina più bella della città. E sarà l'inizio della fine.

La coppia Ciprì e Maresco è scoppiata da tempo ormai, ma i risultati di quella che è stata una delle collaborazioni più preziose del cinema italiano si rispecchiano in "E' stato il figlio": non c'è più il bianco e nero e non c'è più quell'ermetismo, quell'incapacità fisica di comunicare dei personaggi di "Cinico TV", "Lo zio di Brooklyn" o "Totò che visse due volte". Stavolta la vicenda si fa esplicita, i personaggi parlano e il risultato è forse ancora peggiore, dal momento che sono le stesse persone: pance enormi, gente flaccida e pigra, deforme e mostruosa tanto nel fisico quanto nel carattere e nei valori morali. Non si salva nessuno, da Nicola e la sua Mercedes a Tancredi, incapace di prendere la benchè minima decisione e pronto a passare le giornate di fronte a una televisione perennemente senza segnale; dall'usuraio Pino ai negozianti del quartiere, dagli "amici" di famiglia al giovane mafioso Masino, dalla donna del cinema e le sue risate a nonna Rosa, emblema di un'umanità che sacrifica i più deboli per fare i propri interessi. E la lista potrebbe continuare all'infinito. Mostri generati da questa società che si muovono nello stesso ambiente degradato che, rispetto al passato, ha ora una chiara collocazione temporale e non sembra più un relitto post-atomico o post-umano. Sono gli Anni Settanta, ovvero le radici del presente in cui viviamo e che non è cambiato affatto: la gente alle poste sembra ascoltare attenta le parole del triste Busu, ma appena sbrigati i propri impegni se ne va, non c'è motivo di restare. E la Palermo degradata di oggi non è diversa, anzi. Nel cielo aleggiano le stesse nubi plumbee di ieri, superbamente immortalate dalla fotografia dello stesso Ciprì, giustamente premiata a Venezia.

Il grottesco e la tragedia si fondono senza soluzione di continuità, le risate sono sempre cattive e a denti stretti, il disgusto e l'orrore ci accompagnano senza sosta. Contano solo il denaro, l'appagamento istantaneo, il presente. Non c'è spazio per l'affetto, e in ogni caso non ci sarebbe modo di comunicarlo: i discorsi strampalati di nonno Fonzio a Tancredi ("nonno, ma che minchia vai dicendo?") o quelli tra padre e figlio, che finiscono sempre in ceffoni. Così come l'abbraccio della madre nel finale, un pianto senza lacrime e una bocca spalancata che emette un urlo muto, spaventoso quanto l'opera di Munch.
Un silenzio che caratterizza anche l'uomo in giacca perennemente in piedi al centro del cortile, sorta di dio sceso in terra ad osservare le vicende umane, severo ma impassibile, che tanto prima o poi tutti i nodi verranno al pettine.

Un film eccezionale e, coerentemente con le attese, qualcosa di altro rispetto al nostro, piccolo, cinema italiano. Ottima la musica nel generare il necessario senzo di straniamento e di grottesco, ottimo il cast a partire da un Servillo che lascia il segno sin dalle primissime inquadrature, ma tutti gli altri, protagonisti e caratteristi, non sono da meno. Ispirato dal libro di Roberto Alajmo pubblicato nel 2005, il film in realtà è stato girato a Brindisi e provincia.


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