mercoledì 5 settembre 2012

Arirang

Kim Ki-duk è un regista di fama internazionale, probabilmente il sud-coreano più noto ed apprezzato all'estero. Molti dei suoi film hanno ottenuto riconoscimenti importanti nei più prestigiosi festival, da L'Isola (Seom, 2000), presentato a Venezia e Corvo d'oro al Festival internazionale del cinema fantastico di Bruxelles, passando per Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera, premiato nel 2003 a San Sebastian e Locarno, a Ferro 3 - La casa vuota (Bin-jip, 2004), Leone d'argento a Venezia. La bellezza di quindici film in tredici anni, una prolificità torrenziale e un'abilità senza pari nel raggiungere il massimo risultato con il minimo dei mezzi a disposizione: budget ridotti e sempre lui a moltiplicarsi in scrittore, regista, montatore e in alcuni casi addirittura produttore. Tutto questo fino al 2008 e a Dream (Bimong): è sul set del film che la protagonista Lee Na-yeong per poco non perde la vita in una scena nella quale doveva simulare un suicidio per impiccagione. Sarà lo stesso Kim Ki-duk a salvarla, ma non basterà ad evitare l'insorgere di una spirale di dubbi sulla propria vita e sul senso del cinema, acuita dal tradimento dei suoi più stretti collaboratori. Il regista coreano si autoinfligge un esilio di tre anni su una povera baracca alla periferia di un paesino di collina, lontano da tutto e tutti, i mezzi di sostentamento ridotti all'osso, niente riscaldamento, servizi igienici o acqua corrente.

Arirang è la soglia che Kim Ki-duk attraversa per tornare alla società e al mondo del cinema: lo fa attraverso un film che è allo stesso tempo un documentario sugli ultimi tre anni della propria vita, un'opera di finzione e recitazione, ma anche qualcos'altro. Un atto di penitenza ed espiazione forse, necessario per lasciarsi alle spalle i propri demoni e voltare pagina. Armato di una semplice camera a mano il regista ci mostra le sue attività quotidiane, dal mangiare assieme al proprio gatto all'ascoltare la radio, dal dormire in una tenda montata nella baracca per proteggersi dal freddo al prepararsi un surrogato di caffè con una macchina artigianale, dal tagliare la legna al rituale del gabinetto a cielo aperto. A queste immagini fonde i suoi lunghi monologhi, inscenati sotto forma di intervista fatta da un Kim Ki-duk passato, sicuro di sé, spavaldo e innamorato di cinema, al Kim Ki-duk presente, un fiume in piena di lacrime e parole, ubriaco e col cuore in mano. Altrove entra in scena anche la sua ombra a porre domande ad entrambi, metacinema a più livelli. Un'intima miscela di realtà e finzione, come quella che permea il suo cinema: è lui stesso ad infonderci il dubbio, starò recitando o sarò sincero? Siamo di fronte al Kim Ki-duk attore, già visto in alcuni suoi film (ad esempio Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera, dove impersona il monaco ormai adulto nel capitolo Inverno) ma mai così protagonista, e al Kim Ki-duk uomo, e non è possibile distinguere nettamente l'uno dall'altro. Si insulta, tenta di spiegare le sue ragioni, piange e chiede scusa, e nel far questo rapporta la propria situazione a quella universale dell'uomo: il significato della vita, la natura dell'essere umano, il fare cinema. Allo stesso tempo ripercorre la propria vita istrionica, dalla carriera militare in marina all'esperienza di pittore di strada in Europa, fino all'approdo al cinema e ai primi successi: un volo pindarico su un Kim Ki-duk finora conosciuto soltanto nei film, dai quali peraltro trasparivano già molte delle sue esperienze biografiche (Wild animals, Real fiction, The coast guard). Tornare o non tornare nella società? La sua scelta di andare lontano dall'uomo, sulle colline, come dicono le parole di quella canzone, Arirang, che al film dà il titolo, si scontra con il mondo esterno che bussa alla sua porta, come fanno degli ignoti nella notte con lui che ansioso e curioso va ogni volta ad aprire.

A film estremi Kim Ki-duk ci ha già abituato, sia sul piano visivo - l'elenco coinciderebbe con la quasi totalità della sua filmografia - che formale (il già citato Real fiction, caratterizzato da quella fusione tra i due piani di realtà e finzione che lo stesso Arirang eredita e sviluppa in maniera ben più efficace), ma forse così in là non s'era mai spinto. La povertà di mezzi non è un ostacolo, ma uno stimolo che gli consente di offrirci immagini di rara bellezza - basti pensare al primo piano dei talloni che capeggiano in locandina, emblema di un uomo provato dalla vita ma ancora in piedi e pronto a ripartire. Bentornato a un Kim Ki-duk che non è stato scalfito dal tempo e dalla solitudine: cosa che del resto confermano anche i primi rumors su Pietà, la sua ultima opera attualmente in concorso a Venezia. Lo vedremo il 14 settembre, data prevista per l'uscita nelle sale.

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