venerdì 22 giugno 2012

Don DeLillo "Cosmopolis"

Una giornata del giovane miliardario Eric Packer attraverso la giungla di una Manhattan del prossimo futuro, tra personaggi di carta, uno yen impazzito e una divario sociale giunto al punto di non ritorno. Un romanzo on the road in limousine alla ricerca di un taglio di capelli e di se stessi.
Opera del padre della letteratura postmoderna nonché postmoderno sciamano evocatore dei più terribili spettri nascosti nella società americana, "Cosmopolis" sale oggi alla ribalta grazie alla trasposizione cinematografica di David Cronenberg, ma su carta reca la data 2003. Otto anni che non si sentono, nell'impasse socio-culturale di oggi risulta ancora di un'attualità schiacciante. Protagonista del romanzo di Don DeLillo è la carcassa del capitalismo americano, un essere velato di impeccabile apparenza ma che reca in sé i semi della propria rovina. Via il velo, ecco che compare la natura malata di un essere che ha accumulato denaro e status ma che non trova più il suo senso nel mondo né stimoli per continuare a vivere.

La storia narrata è appunto il tentativo disperato di Packer di ritrovare la rotta, tra ricchezze da gestire, sfide finanziarie, donne e desiderio, voglia di brividi e imprevisti: ne viene fuori un viaggio che è una progressiva presa di coscienza della propria vacuità, con gli occhi che, inizialmente accecati, pian piano riacquistano la vita, ma a che prezzo. Gli altri - una moglie evanescente, consulenti e guardie del corpo, l'autista e il barbiere, le amanti, Benno Levin - sono solo figure bidimensionali ai suoi occhi, da orchestrare secondo le proprie necessità e i propri capricci. Anche la rivolta anarchica che si svolge attorno alla limousine bloccata dai manifestanti assume, agli occhi di Packer, la valenza di un film, di uno spettacolo da osservare senza il minimo coinvolgimento emotivo, senza sentirsi immersi nella situazione.
Un bisogno disperato di spogliarsi e di provare dolore, per rendersi finalmente conto di esistere. Un'indolenza che DeLillo gestisce con maestria assoluta, senza retorica e senza eroi, aspro e disilluso cantore della mediocrità universale. E lo fa dipingendo con parole immagini di disarmante potenza, basti pensare allo squalo che Packer tiene in una stanza dedicata nel proprio appartamento, alla distesa di corpi nudi per strada durante le riprese di un film o alla stessa rivolta anarchica: "E il topo divenne l'unità monetaria".
In attesa di vedere il film di Cronenberg, che nel bene o nel male sarà un'altra storia. Qui si parla di Don DeLillo, e della sua capacità di sbriciolare il mondo che ti circonda senza che tu te ne renda conto.


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