venerdì 4 maggio 2012

"Diaz - Non pulire questo sangue"

La storia la sanno anche i muri: i fatti della Scuola Diaz, dopo il G8 di Genova e l'uccisione di Carlo Giuliani, con l'irruzione delle Forze dell'Ordine, le violenze e l'incarcerazione dei manifestanti, dei giornalisti e di estranei che lì erano accampati, scambiati per violenti black blocs, e la prosecuzione delle violenze nella caserma di Bolzaneto. I pestaggi selvaggi, le torture, la privazione dei diritti civili in quello che, secondo le parole di Amnesty International, è stata "la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale".

Non è semplice parlare del film di Daniele Vicari: da una parte "Diaz" va elogiato per essere il primo a trattare in maniera diretta fatti che - come dice il titolo stesso - non vanno dimenticati. Fanno parte del nostro presente, e sono di una gravità tale da esigere sdegno e condanna anche dopo un decennio, più di quanto non sia già stato fatto. Ci sono precedenti cinematografici intrecciati coi fatti di Genova, ma si è finora trattato di sterili commediole che hanno avuto il G8 più come ambientazione che come fulcro della narrazione ("Ora o mai più", film del 2003 di Lucio Pellegrini) o di documentari incentrati sulla figura di Carlo Giuliani (il buon documentario del 2002 diretto dalla Comencini, "Carlo Giuliani, ragazzo").
Dall'altra però ci troviamo a dover dare un giudizio all'opera cinematografica, e forse tutti gli elogi seguiti all'uscita nelle sale il film di Vicari non se li merita: vorrebbe cavalcare l'onda del cinema politicamente e socialmente impegnato che ha una tradizione di tutto rispetto in Italia (Rosi, Petri, Bellocchio) e che negli ultimi anni ha riacquistato vigore grazie a "Gomorra" di Matteo Garrone e "Il Divo" di Paolo Sorrentino - quelli sì ottimi film - ma i meccanismi utilizzati non vanno oltre una sterile rappresentazione puntuale dei fatti e una rappresentazione senza filtri delle violenze perpetrate, mossa di per sé sufficiente a garantire un risultato sicuro.
Ci sono sì buone scelte, come quella di una narrazione non lineare nel tempo e che non si limita ad un solo punto di vista - non c'è un protagonista vero e proprio - ma assume uno sguardo collettivo che spazia dall'una (i manifestanti Alma Koch/Jennifer Ulrich e Marco/Davide Iacopini, il giornalista Luca Gualtieri/Elio Germano, gli estranei rimasti coinvolti Nick Janssen/Fabrizio Rongione e Anselmo Vitali/Renato Scarpa, e molti altri ancora) all'altra parte della barricata (l'agente Max Flamini/Claudio Santamaria, i vertici della polizia). Cosa che non impedisce all'autore di assumere una netta posizione di condanna sull'operato delle Forze dell'Ordine - del resto era impossibile rimanere imparziali. Da lodare anche la fusione tra fiction e riprese di repertorio, quelle stesse riprese che hanno aiutato a far luce sui fatti ma che non sono ancora sufficienti per individuare e punire in modo esemplare tutti i colpevoli. D'altra parte, siamo in Italia, da sempre patria di professionisti nel nascondere la polvere sotto il tappeto. Buona anche l'interpretazione di Santamaria: tormentato dagli eventi e dalle brutalità cui ha preso parte, prima ci illude sull'esistenza di un tocco di bianco in un gregge di pecore nere, salvo dimostrarci subito dopo l'impossibilità di opporsi a un sistema troppo grande e forte: alla fine decide di non vedere, "andiamo a fare colazione", dice ad un collega di fronte ai manifestanti in fila davanti alla caserma.
Ma accanto a queste note positive molte altre stridono: una tendenza alla drammatizzazione a tratti esagerata, la violenza mostrata in maniera quasi pornografica, la rappresentazione ripetuta e al ralenty della bottiglia lanciata contro l'auto della polizia - poesia non richiesta. Poi, nella peggiore tradizione italiana, una storia d'amore che per una volta era stata tenuta fuori dallo schermo, fa capolino nel finale: non riusciamo proprio a farne a meno. Ed infine i soliti, stucchevoli schematismi che dividono i buoni, manifestanti pacifici, gente che balla intorno ai falò, anziani che condividono cioccolatini in un vogliamoci bene collettivo, dai cattivi, ovvero la polizia fascista fatta di capi sadici e incoscienti e di poliziotti alla stregua di tori imbufaliti: cosa che i fatti hanno dimostrato, è tutto vero, ma quindici anni di cinemino italiano perpetrato dai vari Muccino, Pellegrini, Veronesi e Virzì ci hanno reso sensibili.

Prendiamolo come un documentario utile a far luce su uno dei fatti più riprovevoli della nostra storia recente: parlare di un tema forte come quello dei fatti della Diaz, e farlo a voce alta, è cosa da elogiare moralmente e socialmente . Ma non basta a fare dell'ottimo cinema, per quello serve ben altro.


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