lunedì 23 aprile 2012

To Rome with love

Se qualche mese fa eravamo usciti dalle sale soddisfatti da "Midnight in Paris" e da un Woody Allen finalmente in forma, ebbene, avevamo cantato vittoria troppo presto: con "To Rome with love" il regista newyorkese tocca il punto più basso dopo oltre quaranta film e mezzo secolo di carriera cinematografica.
Quattro storie di italiani e di turisti americani nella capitale: il flirt tra il giovane architetto Jack (Jesse Eisenberg) e l'attrice disoccupata Monica (Ellen Page), con Alec Baldwin a far da voce della coscienza; Antonio (Alessandro Tiberi) e Milly (Alessandra Mastronardi), giovani sposini di Pordenone giunti a Roma per un'occasione di lavoro, ma il fato, rappresentato da un'avvenente Anna (Penélope Cruz) e dal "latin lover" Luca Salta (Antonio Albanese), ostacolerà i loro piani; la vicenda surreale di Leopoldo Pisanello (Roberto Benigni), impiegato d'azienda che da un giorno all'altro si trova al centro dell'attenzione dei media; il canonico incontro tra futuri suoceri, da una parte il discografico in pensione Jerry (Woody Allen), dall'altra Giancarlo (Fabio Armiliato), titolare di un'agenzia di pompèe funebri con la passione dell'opera.

C'è veramente poco da salvare nel film italiano di Woody Allen: storie scontate e banali che non si intrecciano minimamente e non hanno il benché minimo comun denominatore. Nessun disegno di fondo per un film sfilacciato e inconcludente tranne una vagheggiata ispirazione alle novelle di Boccaccio, più un promozionale specchio per le allodole che altro. Infarcito di gag e espedienti narrativi poveri e spesso privi di senso - penso al personaggio di Alec Baldwin, il cui ruolo non viene minimamente giustificato, o a battute sul cambio euro/dollaro, introdotte a forza solo per dare il la ad altre battute ancor più misere - i pochi spunti decenti vengono o diluiti in storie piatte e non coinvolgenti (il tenore sotto la doccia) o sfruttati male: esemplare la storia che vede protagonista Benigni - una brutta copia di sé stesso - potenzialmente una brillante rappresentazione di una società italiana dominata dalla televisione e dallo star system, di fatto un susseguirsi di gags che vorrebbero essere comiche ma più efficaci nello strappare sbadigli che risate.
Con un Woody attore alla frutta - non lo vedevamo dai tempi di "Scoop", nel 2006 - l'unico elemento veramente alleniano è la storia che vede protagonisti Eisenberg e la Page, ma non è niente di più che una stanca ripetizione di copioni prodotti con lo stampino dal 2000 in poi. Il resto è drammaticamente simile a un cinepanettone dei Vanzina o di Neri Parenti, specie la storia con Tiberi, Albanese, la Cruz e la Mastronardi: con ogni probabilità, è questa l'immagine dell'Italia all'estero, né più né meno. E in quest'ottica è possibile giustificare i personaggi piatti e poveri di contenuto, la visione stereotipata e a tratti offensiva del nostro Paese, il non divertimento sterile per passare il tempo, il mantenersi terra terra che lì c'è la fetta di pubblico più consistente. Woody Allen, l'Italia fa male, per favore torna a New York.
L'unica consolazione è che più a fondo di così non si può andare. Speriamo.

1 commento:

  1. Kudos dalla prima all'ultima frase, urge un velo pietoso anche per chignon ed abitini sgualciti da dopoguerra che Allen ha immancabilmente affibbiato ad ogni donna italiana senza eccezioni, siano esse ventenni stralunate o mogli di tenori subacquei. La cosa più triste? Gli applausi a fine spettacolo dai presenti in sala, deliziati da tanto humour pecoreccio :/

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