venerdì 13 aprile 2012

Da Roma a Londra: intervista ad Anna Di Stefano degli Style Sindrome

Lavoro a Fabriano, luogo dimenticato da Dio nell’entroterra marchigiano. In mezzo alla routine ogni tanto si nasconde qualche bella sorpresa: è il caso di Anna Maria Di Stefano, oggi impiegata, ieri voce degli Style Sindrome, band attiva nella Roma new wave dei primi Anni Ottanta. La scoperta avviene fortuitamente, con la pubblicazione da parte di Rolling Stone della classifica dei 100 migliori dischi di musica italiana, in cui figura un’oscura compilation pubblicata da Rockerilla nel lontano 1982: “Gathered”. Assieme ai Not Moving e ai Pankow, appunto, gli Style Sindrome. Una parola tira l’altra, le prime chiacchiere, una curiosità crescente: l’occasione giusta per approfondire la conoscenza di Anna Maria e per fare luce sulla sua interessantissima esperienza artistica e umana.

Anna Maria, facci una breve introduzione su chi sei: com'è iniziata la tua carriera musicale, quali sono state le tue band, quale la loro storia... insomma, trent'anni in poche parole.
Mi chiamo Anna Maria, ma durante l’adolescenza mi facevo chiamare soltanto Anna, ragione per cui in arte sono diventata Anna Di Stefano. Ho cominciato a cercare un gruppo a diciotto anni, nel 1980; prima di allora suonavo per conto mio: avevo una chitarra e cantavo da sola, ero una dei tantissimi giovani appassionati di musica. Sono stata molto fortunata perché mio fratello, che ha sette anni più di me, era un vero patito di musica: aveva un sacco di dischi e inoltre aveva un registratore a bobine Geloso - che probabilmente tu non hai mai visto - e registrava di tutto: Beatles, John Lennon, Deep Purple, Pink Floyd... Sono cresciuta in un ambiente molto stimolante, soprattutto per quanto riguarda la musica inglese. Quando a 16 anni ho iniziato a suonare la chitarra, le prime cose che ho imparato sono state Joan Baez, Crosby, Stills, Nash & Young, Bob Dylan; chiaramente seguivo anche i cantautori italiani: Guccini, De Gregori, De André... Però il mio più grande amore, prima di diventare una cantante rock, è stato Patti Smith.
Sono nata e cresciuta a Roma - abitavo in una delle periferie di Roma Sud. Noi giovani avevamo fatto l'autogestione, le lotte studentesche, le manifestazioni, ma alla fine degli Anni Settanta si era raggiunto un clima di disillusione della politica: c'era chi cominciava a dedicarsi a tempo pieno alle droghe oppure chi - e questa è la strada che ho seguito io - cominciava a interessarsi alla musica come fosse una militanza: c'era come la sensazione che fossimo chiamati a mettere in atto un cambiamento, cosa che poi si è rivelata vera perché, secondo me, è stato l'inizio di un nuovo modo di vedere e di sentire.
E in questo frangente è successo che un amico - che ora ho perso di vista – mi ha invitato a vedere un concerto del suo gruppo. Vado a sentirli e dopo qualche giorno lo incontro di nuovo e mi dice: "sai, i ragazzi che suonavano con me l'altra sera stanno cercando una cantante donna per partecipare alle selezioni del 1° Festival Rock Italiano". Sono andata a fare un'audizione, sono stata scelta e così sono partita con la mia prima esperienza in una band, i TM S.p.A.

Quindi i TM S.p.A. si sono formati poco prima del Festival?
Beh, diciamo che esisteva un gruppo con quattro o cinque pezzi che ho ereditato al mio arrivo. In pochissimo tempo li abbiamo preparati - c'era già più o meno tutto, le linee di voce, i testi - e abbiamo registrato dal vivo col radione nella sala prove di un gruppo chiamato Serpiente Latina, a Roma, nei pressi dei Colli Albani. Abbiamo mandato una cassetta e siamo stati selezionati per partecipare al Festival. Cantavamo in inglese... abbiamo fatto vari concerti prima di arrivare alle finali, e alla fine siamo usciti tra i quattro gruppi vincitori: è stata una bellissima esperienza, un evento molto seguito sia dai media che dalle persone, molto vissuto... in qualche modo testimoniava questo grande fermento che c'era in quell'epoca.
Quando poi siamo andati a registrare il disco con la EMI, premio riservato ai vincitori del Festival, sono cambiate un po' di cose: prima di tutto c'è stato imposto di cantare in italiano. Nel frattempo, per altri motivi, erano cambiati due elementi del gruppo: alla batteria era arrivato Nicola Lo Briglio ex Elektroshock, gruppo rock abbastanza conosciuto che aveva già inciso un LP con la RCA alla fine degli Anni Settanta, "Asylum" - avevano un cantante molto coreografico che durante l’esecuzione di un brano intitolato Blood sacrifice, si tirava il sangue con una siringa e lo spruzzava verso quelli del pubblico...

Il giusto spunto per interromperti: qual era l'influenza del punk e della new wave sulla vostra musica? Seguivi queste scene anche prima dei TM S.p.A.?

Sì, certo. Il punk è stata una ventata di freschezza per tutti noi, una boccata d'aria: ascoltavamo i Sex Pistols, i Ramones e molti altri. Però non siamo mai stati punk, eravamo più raffinati... io poi ero molto sobria - mi ci vedi a urlare "no future”?! - e comunque eravamo già nel 1980. Il punk è stato come un vento che ha spazzato via tutto e poi è arrivato il nuovo: noi eravamo già ciò che veniva dopo, non il punk. In ogni caso, sicuramente simpatizzavamo più per il punk che per altre cose.

Ok, torniamo alla storia dei TM S.p.A.
Ti dicevo, ci siamo trovati in sala di registrazione con la EMI, con un produttore mai visto prima, costretti a cantare in italiano, con due nuovi musicisti arrivati da poco (il batterista di cui ti ho detto prima e il bassista Germano Falcione, che proveniva da un’esperienza jazz) i due brani sono stati completamente stravolti e confezionati in pochissime ore di sala… beh, il risultato non ci è piaciuto: un pop rock ibrido, non so, hai presente la Rettore? Forse un po’ meno commerciali, due brani comunque gradevoli, ma non ci piacevano. Questa è una costante nella storia dei miei gruppi e il motivo per cui ogni volta ci siamo sciolti, ogni cosa che facevamo non era mai abbastanza per noi. E dopo il Festival Rock il discorso si interrompe presto: l'eco del disco “Rocker ‘80”, qualche concerto e poi stop. Non ci sono stati nuovi contatti con la EMI, che comunque voleva che cantassimo in italiano, uno tra i tanti motivi per cui i TM S.p.A. non sono andati avanti.

E dopo i TM S.p.A. nascono gli Style Sindrome...

Sì, siamo andati avanti per la nostra strada: abbiamo conosciuto Roberta Di Nicola, che è diventata la nostra manager - lavorava in RAI, era coinvolta nell'esperienza del Plustechlab - e lo stilista Franco Giordano. Abbiamo iniziato una nuova avventura con loro, e sono nati gli Style Sindrome, con un nuovo batterista, Raimondo Mosci, e con l’arrivo di un altro chitarrista, Giorgio Mastrosanti, anche lui proveniente dagli Elektroshock. Era il 1981. Il primo concerto - di cui non ho purtroppo nessuna foto - è stato fatto nel giardino del Bar Fassi, a Roma: avevamo dei costumi ispirati ad alcuni disegni di Giacomo Balla, con gli orli delle maniche e dei pantalioni tagliati in diagonale, tutti asimmetrici, color pastello... eravamo bellissimi.
Poi abbiamo fatto un sacco di concerti e registrato un buon demo - purtroppo mai pubblicato - che veniva continuamente suonato dalle tante radio libere nate in quel periodo; di questo demo faceva parte il pezzo Thinking about, che poi è stato utilizzato per il programma Mr. Fantasy presentato da Carlo Massarini: abbiamo girato una clip prodotta dalla RAI che andò in onda nell’82. Mr. Fantasy fu uno dei primi programmi a trasmettere video musicali e fu una bellissima opportunità per noi. Il video si chiamava "Una Squillo per Christian", la protagonista era Jo Squillo, una punkettara che cantava in italiano e per questo era più... accettabile. Ancora una volta questa cosa dell’italiano... ho capito che noi, gli Style Sindrome, eravamo troppo avanti per l'epoca, perché le case discografiche italiane ancora avevano la mentalità che per fare successo in Italia bisognava cantare in italiano, mentre invece noi facevamo parte di un movimento musicale che andava oltre i confini nazionali.
E quindi siamo andati avanti, abbiamo fatto un sacco di concerti, tutto in maniera più o meno autoprodotta - di soldi ne abbiamo visti pochi, con tutto quello che facevamo ci coprivamo a malapena le spese...
Alcune cose sono andate bene - vedi il video per Mr. Fantasy - altre male, come il concerto di spalla ai B-52's al Palasport di Roma: eravamo pronti per fare il soundcheck, e all'ultimo si decide che ad aprire il concerto sarebbero stati soltanto gli Yogurt, altra band locale che era stata chiamata a suonare come noi: in realtà avremmo potuto farlo tutti e due ma i tecnici del gruppo americano hanno fatto un sacco di storie così alla fine noi siamo stati tagliati fuori: non so in base a quale criterio sia stato deciso di far suonare gli Yogurt, certamente non un criterio musicale in quanto il pubblico dei B52’s avrebbe sicuramente meglio gradito un gruppo new wave. In ogni caso purtroppo noi siamo tornati a casa a mani vuote: non era facile anche perché i gruppi a Roma erano parecchi e gli spazi erano pochi.
Della compilation su Rockerilla cosa mi dici?
Per la compilation su Rockerilla, “Gathered”, è stata utilizzata un'altra track di questo famoso demo che stiamo cercando di ricostruire. Secondo me è uno dei brani migliori della compilation. All'epoca una delle cose che ci mandava veramente al manicomio - anche se eravamo consapevoli di avere le nostre influenze musicali – era essere etichettati come delle copie: "la cantante è uguale a Siouxsie, la cantante è uguale a Cindy Wilson, ...". Ci faceva imbestialire.
Abbiamo ricevuto tantissimi complimenti dalla stampa, ma bastava una critica negativa a buttarci giù.

Come procede quindi la storia degli Style Sindrome?

Gli Style Sindrome vanno avanti così, senza che succeda nulla di travolgente, fino a quando non andiamo a vedere Siouxsie and the Banshees a Milano: ci portiamo il demo e dopo il concerto vado a parlare con loro - il mio inglese non era il massimo, ma avevo scritto una lettera: "vogliamo venire a Londra a suonare, fateci sapere se ci potete aiutare". Incredibilmente, tre settimane dopo mi arriva la risposta di Steven Severin, che mi scrive "cara Anna, grazie per il demo, I expecially liked A mysterious design, se venite a Londra fatevi sentire e poi vedremo". Capirai, da quel momento non pensavamo ad altro: "annamo a Londra, c'abbiamo l'avvallo di Steve Severin, ma che ce frega!". E infatti non era una cattiva idea, soltanto che, prima di arrivare a Londra ne è passato di tempo. Dopo circa otto mesi io e Stefano, il chitarrista, bassista e compositore del gruppo, che tra l'altro era il mio ragazzo, siamo partiti. Gli altri no: c'era chi aveva un lavoro, la ragazza, chi altri problemi.... insomma, rimangono a Roma, e il gruppo si divide.

A Londra si apre un nuovo capitolo, giusto?

Sì... quando siamo arrivati sapevamo pochissimo l'inglese, un po' l'avevo studiato per conto mio, ma non ero ancora "fluent". Beh, dopo qualche settimana che eravamo a Londra, in una sala prove abbiamo conosciuto Rab Fae Beith, ex batterista del gruppo The Wall: si è incuriosito della musica che facevamo e ci ha chiesto se volevamo fare qualcosa insieme. Noi gli abbiamo passato il solito demo e lui l'ha mandato a Chris Berry della Future Records - la parte new wave della No Future Records, che si occupava di musica punk. E a Chris Berry piace, ci propone di pubblicarlo subito, così com’è: ma noi “no, ormai questi non siamo più noi, già siamo avanti, vogliamo fare qualcosa di nuovo, di diverso". Solita storia. E così nasce il progetto Rhythm & Faith: abbiamo firmato il contratto con la Future per un EP, abbiamo iniziato a fare le prove e l’abbiamo realizzato abbastanza velocemente. Ci siamo però fermati lì abbastanza presto, subito dopo l'uscita dell'EP - suonato anch'esso da BBC Radio 1, nel famoso programma di John Peel. Anche lui purtroppo l'aveva etichettato come una copia dei Banshees, cosa che a quel punto mi ha davvero demoralizzata. Insomma, anche per altri motivi il progetto si interrompe presto.

Come prosegue la vostra ricerca musicale a Londra?

Dopo i Rhythm & Faith io e Stefano rimaniamo di nuovo soli e riprendiamo la nostra ricerca musicale. Abbiamo formato un duo elettronico, per darti un’idea, tipo D.A.F., che ci piacevano un sacco in quel periodo...poi Stefano ha cominciato a raccogliere tubi, spranghe di ferro, oggetti metallici vari e ci siamo avventurati su terreni più industrial, ascoltavamo diversi gruppi del genere Einsturzende Neubauten o Test Dept. In quel periodo abbiamo prodotto altri demo, partecipato anche a un’altra compilation. Ma era già in atto un cambiamento di direzione fra me e Stefano: Stefano procedeva speditamente verso le atmosfere che lo interessavano, dove c'era sempre meno spazio per la melodia e per il canto, che invece rappresentavano il fulcro del mio interesse artistico. Inoltre io iniziavo ad essere un po' stanca di tutta quella situazione e volevo esplorare anche altre cose nella vita oltre alla musica, che fino a quel momento era stata la priorità in tutte le nostre scelte.
Nel 1985, per fartela breve, io e Stefano ci separiamo, sia nell’arte che nella vita: lui continua il suo percorso musicale mentre io mi iscrivo a Filosofia al King's College di Londra. Contemporaneamente ho cominciato ad interessarmi ad altre forme di musica, al canto lirico, e ho iniziato a prendere qualche lezione.
Ho vissuto a Londra in tutto otto anni, dalla fine dell'82 alla fine del '90: mi sono laureata in Filosofia, sono tornata in Italia, e a Roma mi son trovata persa. Non avevo più riferimenti, sia a livello musicale che personale. All'epoca non c'era Facebook... non trovavo più nessuno.

Torniamo per un attimo agli Style Sindrome: come mai, a parte il famigerato demo e il brano uscito su "Gathered", non ci sono altre vostre registrazioni? Era così difficile produrre dischi, in ambito underground? Mi stupisce il fatto che abbiate un video prodotto addirittura dalla RAI ma nessuna pubblicazione discografica ufficiale...

Mah... probabilmente se fossimo rimasti in Italia ci sarebbe stata qualche altra pubblicazione dopo Gathered - parlo ovviamente in maniera ipotetica - il fatto è che dopo pochi mesi, a fine estate del 1982, siamo andati a Londra e gli Style Sindrome si sono divisi. Un altro dei motivi è che noi, pur avendo avuto un'ottima manager, Roberta Di Nicola, e un artista-stilista quale Franco Giordano che curava la nostra immagine creando intorno a noi un'atmosfera onirica sofisticata, non abbiamo mai avuto, purtroppo, un produttore, una persona che fosse in grado di guidarci musicalmente, di dirci cosa funzionasse e cosa no, e cosa andava pubblicato. Probabilmente una tale figura ci avrebbe costretto a pubblicare quel famoso demo che veniva molto suonato in radio, ma in cui noi stessi non credevamo più di tanto.

Parlaci un po' del connubio tra musica e moda che caratterizzava gli Style Sindrome.

L’idea in quel periodo era abbastanza condivisa, si badava molto al look... tant'è vero che Roberto D'Agostino allora faceva il “lookologo”, prima di passare ad altro!
Per noi è stata una cosa molto naturale, completava un discorso artistico: l'immagine con cui siamo passati a Mr. Fantasy era interessante, avevamo un look prussiano, come se fossimo parte di un'armata, di un esercito di cui non erano chiare l'epoca, l'ideologia, la corrente... in fondo era questa la nostra situazione, militavamo per qualcosa di cui non avevamo un concetto molto chiaro. Ma questa era la divisa che ci rappresentava, la ricerca dello stile. Anche il nostro nome aveva il suo significato: la “malattia dello stile”, una malattia di cui gli Style Sindrome sono forse le prime vittime. Sicuramente c'è coerenza tra la ricerca musicale e la ricerca dell'immagine, che in quel periodo poi era una cosa importantissima.

Per voi in quel periodo cosa significava sfondare? Qual era il vostro obiettivo?

“Svoltare”, si diceva a Roma, "dovemo svortà!"... per noi svoltare sarebbe stato poter vivere di musica, poter essere un gruppo a tutti gli effetti, fare tournée, andare in giro, suonare, fare questo come lavoro a tempo pieno e poterne vivere. Semplicemente questo.

Da un punto di vista meramente musicale, quali sono le maggiori differenze tra i tre progetti di cui mi hai parlato, ovvero TM S.p.A., Style Sindrome e Rhythm & Faith?

I TM S.p.A. sono stati un esordio spontaneo, c'erano diverse buone idee ma non uno stile preciso. Gli Style Sindrome avevano invece uno stile più definito, legato a sonorità new wave tipo Siouxsie, i Cure, i Talking Heads. Invece, il progetto Rhythm & Faith è stato catalogato da alcuni come gothic rock. Sono tre progetti diversi ma con continuità dall'uno all'altro.

I concerti che ricordi con più piacere?

Sicuramente i primi concerti all'Espero coi TM S.p.A. La serata finale del Festival la ricordo bene, è stata davvero un'esperienza coinvolgente e calda: immagina il casino che ci poteva essere lì dentro... C’era un continuo avvicendamento di gruppi, quando salivo sul palco mi dovevo aggiustare l'asta del microfono, e beh, questa era completamente coperta di sputi, difficilissima da gestire, sputavano a tutto andare! Però a noi non hanno mai sputato, sicuramente un fatto positivo... Poi ricordo il concerto a Castel Sant'Angelo - siamo stati tra i primi gruppi a utilizzare i suoi giardini per fare concerti - bellissimo, pieno di persone. E ancora il concerto al Casablanca di Firenze, e un sacco di altri posti a Roma, il Uonna Club, il Piper, il Palladium, il Teatro Tende a Strisce, che in quel periodo faceva tantissimi concerti rock - lì ci sono stati anche i Kraftwerk, Lene Lovich, Nina Hagen, e molti altri.

Parlaci della scena romana di quel periodo: quali gruppi gravitavano intorno a voi? C'era più collaborazione o sfida?
C'erano altri gruppi e c'era un minimo di competitività, però non credo che ci fosse particolare astio o rivalità eccessive... anche perché facevamo tutti cose un po' diverse. Anzi, diciamo che all’inizio ci siamo anche abbastanza aiutati tra gruppi, in particolare con i Lemale Movie, eravamo tutti più o meno amici, ci conoscevamo, magari perchè abitavamo nella stessa zona... non mi ricordo assolutamente nessuna cosa negativa.

E invece, in quanto a locali per suonare dal vivo ed etichette disografiche?

A Roma, che io ricordi, non c'era nessuna etichetta: c'erano le case discografiche grandi e basta. E questo la dice lunga sul fatto che molti gruppi romani abbiano trovato meno spazio rispetto ad altri. Per quanto riguarda i locali ce n'erano diversi: anche il Piper a un certo punto era diventato un locale dove si faceva un po' di musica new wave, che andava di moda... E poi c'erano il Uonna Club, il Tube, il Déjà Vu, un mitico Titan di cui tanti parlano ma di cui io non mi ricordo assolutamente... Personalmente ricordo con un po' di nostalgia il King Metal X, vicino a Castel Sant'Angelo, a Borgo Pio, dove ho suonato il mio primo concerto.

Segui la scena underground di oggi?

No, sono stata per moltissimo tempo completamente fuori da tutto. Anzi, mi sono anche sorpresa che ci fosse ancora molto fermento - ultimamente veramente tanto. Questa cosa l’abbiamo sentita e, finché stavamo a Roma, avevamo cercato di rimetterci insieme per fare delle cose nuove. Ovviamente è difficile perché ognuno di noi ormai è adulto, ha una famiglia, il lavoro, magari è coinvolto in altri progetti. Diciamo che non è ancora venuto il momento, però potrebbe arrivare: per ovvi motivi non sarebbero gli Style Sindrome di trent'anni fa. Un altro progetto potrebbe essere invece quello di recuperare dei nastri che non sono stati pubblicati, registrazioni di concerti dal vivo... sarebbe una cosa easy tutto sommato, oggi come oggi non è più così difficile pubblicare un disco.

Quindi cosa ascolti oggi?

Non so se te l'ho detto, ma ho cantato come soprano nei cori lirici per dodici anni: per un periodo molto lungo della mia vita sono stata attratta dall'opera e dal teatro. Non so per quale motivo, ma trovo che l'opera lirica e la musica punk/new wave non siano poi così distanti, in entrambi i casi si instaura un rapporto con la musica che poi serve anche a comunicare qualcos'altro - ed è questo che conta, secondo me.
Ogni tanto rispolvero la new wave, il mio vecchio amore... se devo dire la verità, però, saranno non so quanti anni che non ascolto un disco di Siouxsie and the Banshees. Non so nemmeno che effetto mi farebbe adesso… incidentalmente, sulla critica di essere troppo somiglianti a Siouxsie, reiterata di volta in volta nei nostri confronti e soprattutto nei miei, mi sembra singolare il fatto che i Banshees stessi non si siano scandalizzati a suo tempo del nostro demo che gli siamo anche andati a portare! Anzi, Steven Severin ci ha scritto dandoci i suoi recapiti per contattarlo una volta a Londra. Se ci avesse ascoltato con la stessa superficialità con cui ci hanno etichettato molti altri, avrebbe spento il registratore dopo il primo brano e buttato via il nastro senza neanche risponderci.
Comunque tornando al presente, oggi ascolto un pò di tutto, mi interessano molti generi diversi oltre al bel canto.

Cosa ricordi con più piacere di quel periodo e quali sono invece i maggiori rimpianti?

Premessa doverosa: i vent'anni non sono un periodo in cui si è sereni nella vita, si hanno un sacco di insicurezze e di angosce che solo poi si riesce a superare. In ogni caso per me è stato un periodo molto positivo, bello, formativo... diciamo che è stato un modo per iniziare una vita completamente diversa, che si è normalizzata strada facendo.
Se mi volto indietro a osservare il mio percorso vedo una persona abbastanza strana, sui generis, nata a Roma, iscritta a ragioneria, che a un certo punto diventa una cantante rock, dopo due anni prende e va a Londra col ragazzo, senza nessuna certezza, con pochissimi soldi... però va, riesce a fare un disco, lottando contro mille difficoltà. Anche nel rapporto con Stefano, molto importante e intenso ma anche difficile, perché oltre al rapporto di coppia c'era anche questo discorso musicale... e poi mi sono laureata in filosofia in Inghilterra... Insomma, il mio curriculum è probabilmente unico: vedendolo così sembra tutto strampalato, però ho la convinzione che tutte queste esperienze siano invece in qualche modo collegate... hai presente il discorso di Steve Jobs, quello sull’unire i puntini? Fare delle cose che lì per lì sembra non c'entrino nulla l'una con l'altra, e invece... Sono convinta che le tessere di questo mosaico abbiano un senso, che in qualche altra maniera uscirà fuori...

Chi è Anna Maria Di Stefano oggi?

Dopo l'Università a Londra, tornata a Roma, il discorso musicale di Anna Di Stefano è continuato con una ricerca soprattutto vocale: sono andata in fissa con la voce, doveva essere perfetta - ho speso non so quante migliaia di euro di lezioni di canto, ho studiato tanto, per almeno 10 anni. Per un periodo ho anche cercato di cantare da solista - ruoli di comprimariato - in piccole produzioni di opera lirica, e poi ho soprattutto cantato in cori lirici, anche di buon livello. Parallelamente a tutto ciò il lavoro: da quando sono tornata a Roma ho lavorato sempre in ambienti multinazionali, la conoscenza dell’inglese mi consente di svolgere un'attività soprattutto di executive assistant e fortunatamente questo profilo è sempre abbastanza richiesto, cosa che mi permette di spostarmi da una’azienda all’altra con una certa facilità.
E oggi mi ritrovo a Fabriano per amore - ovviamente, perchè altrimenti cosa ci sarei venuta a fare! Sono esattamente 5 anni che vivo a Fabriano. Ho conosciuto mio marito a Massa Marittima; quell'anno in cartellone c'era l'opera "Il Trovatore", dove -lo dice anche il nome- le persone "si trovano"! Giuseppe Verdi l'aveva scritta per questo motivo... lui veniva da Fabriano, e siamo venuti a vivere qua. A parte gli scherzi, Il Trovatore è il cantore, il menestrello. Credo che il mio destino, in un certo senso, sia collegato a quest’opera e non soltanto perché mi ha fatto incontrare Maurizio, ma perché parla di questa parte di me.

Sei ancora in contatto con i tuoi vecchi compagni di band? Cosa fanno oggi? Si occupano sempre di musica?

Con alcuni sì. Tutti continuano in qualche modo a fare musica, anche se non come primo lavoro. Ho completamente perso di vista Raimondo Mosci, il batterista, credo abbia uno studio di registrazione. Non sento Germano Falcione da diversi anni, ma mi risulta che insegni basso elettrico presso la Scuola Popolare di Musica di Testaccio e che continui a suonare in vari gruppi. Giorgio Mastrosanti, il chitarrista, ha un altro lavoro ma ha partecipato, nel corso del tempo, a diversi progetti di tipo musicale/multimediale/teatrale (“Postmetropoli”, “Tuonen Tutar II”) ed è ancora molto attivo (http://www.myspace.com/arecnames2). Così anche Massimo Frezza, il sassofonista-polistrumentista, il quale ha composto degli ottimi brani di musica elettronica che possono essere ascoltati nella pagina a suo nome (http://www.myspace.com/562779036). Occasionalmente partecipa ad eventi musicali quali ad esempio il festival di improvvisazione “Controindicazioni”. Infine Stefano Curti, chitarrista, bassista e compositore, ha fatto molta strada dal 1985 in poi: ha lavorato su un progetto di buona house music/elettronica dal titolo Vibrapnone Records, un’etichetta formata a Londra - attiva dalla fine degli anni 80 fino a metà degli anni 90 - che ha ottenuto discreti risultati. Successivamente, ha dato vita al duo Bio Muse, musicalmente tosto e particolare (www.biom-use.com), che ha ricevuto un ottimo feedback. Attualmente vive negli Stati Uniti e lavora in campo cinematografico portando avanti un progetto di notevole valore artistico che si chiama RaroVideo.

Che effetto t'ha fatto ritrovare “Gathered” tra i primi 100 album italiani secondo Rolling Stone?!

Mi sono sorpresa, fino a un certo punto, però: trent’anni fa, quando uscì, ero sicura che sarebbe stata rivalutata nel tempo... ma pensare che sarebbe stata inserita nella classifica dei 100 migliori dischi italiani, insomma, non me lo sarei mai potuto immaginare! E poi sono contenta, almeno finalmente una cosa siamo riusciti a pubblicarla!

foto di Fabio Ferrazzi

Nessun commento:

Posta un commento