mercoledì 4 aprile 2012

Cowabunga culinari del sabato sera

“Vellutata di ceci con calamari abbrustoliti e filetto di tonno con confettura di pomodoro su un letto d’arancia”… Bello quando con il piatto davanti il cameriere ha la cura di ricordarti cosa hai preso in mezzo a tanti abbinamenti che solo per come suonano hanno sedotto immaginazione e gola all’istante, quando erano solo di carta. Con un cenno risoluto Ale fa capire alla cameriera che il piatto fumante è per me mentre è suo l’agro-profumato tonno. Assaggiamo: breve attesa, sguardo complice, ognuno è soddisfatto. Poi come al solito scambiamo il piatto. “Buono, ma preferisco l’altro” è il verdetto d’entrambi. Perfetto, allora si ricambia. Non avrei potuto mai finire quel tonno pieno di sorprese, tanto fresco per l’arancia e dolciastro insieme per il pomodoro, buono per un assaggio ma impossibile per me mangiarne di più senza provare fastidio. Torno felice alla mia zuppa ancora calda, e al suo sapore diretto.
Rassicurata da un gusto che non mi stanca lancio la fatidica domanda “chissà perché una cosa che a te piace a me può piacere meno o per niente… come funziona il gusto, da che dipende, dov’è?”… Non sapevo ancora che da lì a poco avremmo formulato una legge in grado di racchiudere nella sua semplice ineluttabilità la storia del gusto, tutta. Forse seguendo lo zigzagare fresco-dolce del suo tonno, Ale intreccia una riflessione dalle implicazioni complesse: “è come per tante altre cose… prendiamo la storia dell’arte ad esempio, che interessa soprattutto la vista, il discorso è forse lo stesso… perché un artista piace al punto di non poter non piacere mentre un altro può piacere oppure no? In un caso si ha un’oggettività e nell’altro invece il discorso è soggettivo? Sono i principi ad essere diversi?” Mi faccio ripetere la domanda perché la mia zuppa stenta a farmi seguire il volo e dopo una pausa, senza troppi dubbi, la questione mi sembra evidente: “io non parlerei mai di oggettività. Direi che è sempre la soggettività a decidere. La soggettività… e la storia del gusto. Sì, questa soprattutto”. Penso di aver risolto la questione e anche rinnegato secoli di critica d’arte, ma serenamente. Ale non s’arrende però: “prendiamo qualche esempio… non so, Michelangelo…” Prontamente smentita: “Michelangelo. L’unico nome credo, che può in un secondo contraddire tutto quello che ho detto. Leonardo o Raffaello possono piacere o non piacere ma su Michelangelo non si discute, è universale”. E lui: “oppure ritornando al mangiare: la pizza… la pizza! Ci sarà qualcuno a cui non piace la pizza?! E ti chiedi, ma come fa?! Com’è possibile?!”.

“Frena. La pizza non può non piacere”.


“In effetti non ho mai conosciuto nessuno a cui non piaccia”.

Solo due cose nella Storia del Gusto sono universali: Michelangelo, e la Pizza. Svelato in un attimo di chiaroveggenza il Mistero delle Tartarughe Ninja.


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