lunedì 30 aprile 2012

Cesare deve morire


Nel carcere di Rebibbia, come ogni anno, i detenuti devono mettere in scena un'opera teatrale, e stavolta tocca al "Giulio Cesare" di Shakespeare. Assistiamo all'allestimento della tragredia, dai primi, impacciati casting, attraverso prove via via più riuscite e professionali, fino al successo dello spettacolo conclusivo. E al ritorno alla realtà, pochi metri quadrati racchiusi da cemento e sbarre.

Ci volevano due veterani del cinema italiano per riportare l'Orso d'oro in patria dopo oltre vent'anni: i fratelli Taviani realizzano un docu-fiction lineare, semplice ed essenziale quanto sincero e toccante, in cui i molteplici piani di realtà e di finzione si accavallano e si fondono con soluzione di continuità. Anche durante l'ora d'aria e nelle ore di riposo in cella vediamo i detenuti calarsi completamente nelle parti da interpretare, con una dedizione assoluta, ma spesso il reale irrompe nella recitazione: i ricordi di Sasà/Bruto, lo scontro tra Cesare e Decio (l'argentino Dario Bonetti), i commenti degli altri carcerati e dei secondini. E soprattutto le panoramiche aeree di Rebibbia, oasi nera nel mezzo del centro di Roma. Incredibile  il lavoro degli attori, detenuti con molti anni di carcere alle spalle e molti ancora a venire, alcuni non usciranno mai ("fine pena mai", come riportano le didascalie durante il casting): volti segnati dal tempo e dalla vita che risaltano ancor di più grazie al contrasto della fotografia in bianco e nero. Ognuno recita nel dialetto della propria terra d'origine, romano, napoletano, siciliano (forse l'unica via percorribile per una rappresentazione credibile) e il risultato è eccezionale: risaltano tutti i dubbi e le paure dei vari personaggi nelle voci aspre e tormentate, a tratti sofferenti a tratti tuonanti. Menzioni d'onore per il protagonista, il Bruto di Salvatore Striano e per il Cesare di Giovanni Arcuri.

I Taviani ci sbattono in faccia la realtà della prigione, ammorbidita da un'esperienza temporanea in cui i detenuti si buttano a capofitto, in cerca di sollievo e di un senso da dare alla propria esistenza ormai segnata. La struttura circolare, con l'inizio che viene ripreso nel finale, contiene tutto il senso dell'opera: l'arte, il teatro, sono una breve parentesi nella vita carceraria di tutti i giorni, che al contempo ne alleviano la durezza e la sottolineano per contrasto: "è da quando ho scoperto l'arte che questa cella mi sembra una prigione", dice Cassio (Cosimo Rega) rientrato in cella, intento a preaparsi un caffè.


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