mercoledì 21 marzo 2012

Dream

Ultimo film del sudcoreano Kim Ki-duk prima di ritornare alla regia con Arirang, opera presentata al Festival di Cannes di quest'anno, Dream è un viaggio allucinato nelle profondità creative dell'inconscio, inquietanti zone d'ombra che determinano la realtà.

Due sconosciuti uniti in un legame inevitabile che tende alla morte... L'amore arriva troppo tardi e come in Ferro 3 si traduce in una metamorfosi del corpo che arriva qui a liberarsi in un volo leggero, con ali di farfalla. Un soggetto affascinante, quello del legame tra sogno e realtà - chi produce cosa? - I protagonisti di Dream sono un uomo e una donna uniti l'un l'altro dal legame tra i loro rispettivi ex-fidanzati. Jin (Joe Odagiri) ama ancora la sua ex, non riesce a dimenticarla, il ricordo di lei invade ogni sogno, e l'esperienza onirica è così invadente da farsi realtà: ogni notte Ran (Lee Na-young) è costretta a ritornare dal suo ex che non ama più e che vuol dimenticare e compiere quello che Jin sogna. Il mondo onirico perde così il proprio carattere di sconfinamento dell'essere nel territorio dell'immaginazione e della libera manifestazione dell'inconscio e la vita diventa impossibile. Ad eccezione di una donna che li aiuta a comprendere la loro particolare condizione, il mondo esterno (che si limita alla coppia di rispettivi ex e alle forze dell'ordine) è estraneo o incredulo. "Il sogno è sogno e la realtà realtà" dice il poliziotto tendendo in mano la foto che fa identificare Ran come colpevole dell'incidente sognato da Jin. Non c'è niente che possa contraddire questa realtà e nessuna prova può avvalorare la confessione di Jin che si dichiara colpevole. Colpevole di aver sognato. Una colpevolezza senza volontà. Cosa fare? Nessuno aiuta i due ragazzi, ognuno è isolato nel proprio mondo, lui intaglia il legno e lei lavora stoffe colorate. Due solitudini che lottano insieme. Similmente ai protagonisti di Ferro 3, i due non si scelgono, si incontrano e si amano perchè qualche forza superiore fa sì che non possa essere altrimenti. Amori non convenzionali, amori senza entusiamo eppure poeticamente puri. L'impotenza di fronte al farsi realtà del proprio inconscio si traduce nella sofferenza del corpo. Entrambi vogliono restare svegli, ma fuggire dal sonno è impossibile, lo scacco è chiaro da principio e viene da chiedersi che senso abbia torturarsi, viene da cercare vie altre, forse più razionali che nella logica dei protagonisti non possono esser trovate. Questa forse una prima pecca del film: non ci si immedesima abbastanza nei personaggi. Sarei voluta riuscire a pensare come loro, sentire insomma questa storia surreale più vera. Lo sfocato delle immagini oniriche, utile in un film tutto costrito sull'interazione tra sogno e veglia, a tenere il confine tra i due mondi rappresentati, contribuiusce per l'evidenza dell'escamotage a creare una distanza.
Non si possono impedire gli effetti senza comprendere se stessi, senza perdonare e perdonarsi e soprattutto non si può andare avanti senza riuscire a dimenticare davvero. Non servirà mettersi lo scotch agli occhi, per tenerli aperti nè ammanettarsi l'un l'altro, la morte è in agguato. Sprofondamento nell'inevitabile. Fratello minore di Ferro 3, Dream danza al suo fianco, ne ricorda il senso di solitudine e di metamorfosi delle cose, il senso di oppressione legato al corpo (in entrambi i casi il riscatto è dato dalla perdita di peso e materia), la solitudine dei protagonisti e il loro intorno ostile. Una fotografia dal cromatismo folgorante e sempre perfetta e alcune geniali idee di regia come quella della frammentazione dei punti di vista nel sogno del campo di grano o la rarefatta poesia della sequenza finale, si stagliano come pietre preziose e livide in un insieme non del tutto riuscito. A fine film si è meno convinti, meno toccati e commossi.
Colpa dell'abbondare della violenza mostrata, che nell'empatia non completa coi personaggi e con la storia fa sentire fuori luogo l'insistere via via maggiore sui dettagli delle torture autoinflitte. Questa forma di sadismo vojeuristico rimanda ad una seconda parentela di Dream, quella con Real Fiction, film del 2000 in cui Kim Ki-duk smonta la finzione sotto varie forme, lavorando al confine tra uno sperimentale registico e un piatto susseguirsi di violenze, creando una storia che ancora una volta rivela sul finale la propria dubbia realtà.
Eppure in Dream ripensandoci a distanza, se ne comprende il senso, quello di creare un peso, un'insostenibilità della carne, dei suoi vincoli e dei suoi bisogni e saturarne lo spazio filmico per contrasto, così da dar risalto ancora più forte alla salvezza conquistata, una liberazione, un silenzio.

Un film che sarebbe potuto essere migliore... La sensazione complessiva che ho avuto è che qui  Kim Ki-duk rifaccia peggio ciò che sa fare meglio. Un giudizio affrettato. Soprattutto per un film tanto personale e coraggioso.
Crudo a tratti come Real Fiction, poetico per indole come Ferro 3, Dream è un concentrato dell'estetica del suo autore, nel bene e nel male, irripetibile. E forse no, non sarebbe potuto essere diverso.

(Bi-mong, S. Corea 2008)


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