lunedì 10 febbraio 2014

Barbagallo "Blue Record"

Registrato nel corso del 2011, "Blue Record" è l'omaggio che il siracusano Carlo Barbagallo rende all'omonimo studio di Mondovì, Cuneo, assieme alla folta schiera di musicisti che vi gravitano attorno: Ettore Magliano (Canalese Noise), Francesco Alloa (La Moncada, Goat Man Records), Manuel Volpe, Matteo Romano (Io Monade Stanca) e molti altri ancora.
Un nuovo caleidoscopio di suoni dopo il già poliedrico "A Quarter Century", che spazia dai ricchi arrangiamenti dell'iniziale Soulself alle più scarne In My Better Cup - chitarra mesta, voci in sottofondo di Lucia Urgese dei Les Dix-Huit Secondes e sfuriata grunge nel finale - e Rainbow, un gioiello di songwriting memore degli anni Novanta; dalle ipnosi di Radion (odore di Dirty Three) e della sperimentale Rats & Mosquitoes (repellente ad ultrasuoni per topi e mosche e molte altre sorprese nella strumentazione utilizzata) alle più giocose Hiss of Hush, altra collaborazione con la Urgese, e Jewish, swing d'epoca screziato di fruscii elettronici. Ciliegina sulla torta, la superba rivisitazione della For the Turnstiles di Neil Young.

Laddove molti si perderebbero in accostamenti forzati, realizzando un insieme poco coeso e privo di carattere, Barbagallo riesce magicamente ad armonizzare senza il minimo sforzo tradizioni folk-blues, sperimentazione elettronica e scrittura memore del sound americano di fine millennio, amalgamando con una naturalezza più unica che rara universi solo apparentemente inconciliabili. Una necessità di esprimersi che supera ogni vincolo di genere o ogni strategia opportunistica su cosa sarebbe bene fare e non fare: l'amore per la musica come unico motore.

(Noja Recordings 2013)


venerdì 7 febbraio 2014

Mai Mai Mai "Theta"

Uno dei personaggi più attivi dell'underground romano e italico è certamente Toni Cutrone: titolare della NO=FI Recordings, promotore della celebrata scena Borgata Boredom, gestore del circolo Dal Verme, batterista nei noise rockers Hiroshima Rocks Around e nel duo spastic-pop Trouble vs. Glue, in compagnia di Lady Maru. Vi basta? A lui certamente no, avendo dato da poco vita al progetto solista Mai Mai Mai, di cui oggi Boring Machines pubblica l'esordio "Theta".

Ed è un bene: l'uomo incappucciato ci regala sonorità elettroniche ossessive, dense di drones cupi e field recordings di acqua che stilla (l'iniziale Theta) e di antichi canti greci, mentre venti minacciosi spazzano via sabbie di beats da tappeti sintetici (Prometheus) e il nostro recita oscuri sermoni (Noeo, affinità con [1] Kilo Of Black Bondage e l'ultimo Denseland). E ancora, i deliri di noise sintetico di Muo e le capatine IDM nell'orgia di suono di Upnos, che si placa solo nelle percussioni ancestrali del finale, e nel muro digitale di Telos dove si infrangono, incessanti, le onde dell'Egeo. Acque sulle cui sponde Cutrone è nato e a cui dedica questa sorta di concept, viaggio nello spazio e nel tempo, omaggio al passato, alla terra natìa e ai luoghi visitati da bambino attraverso l'Europa e il vicino Oriente.
Registrato all'Hombre Lobo di Roma, mix ad opera di Mr. Xiu Xiu Jamie Stewart. Buonissima la prima.
(Boring Machines, 2013)


Francesco Giannico & Zac Nelson "Les Nomades Paysages"

Felicissima collaborazione tra il tarantino Francesco Giannico (già uscito su Afe, Hysm? e Boring Machines) e il californiano Zac Nelson (Hexlove e altre collaborazioni, produzioni su Weird Forest e Holy Mountain): all'ambient eterea e dall'umore mutevole del primo fa da contraltare la pioggia di percussioni free del secondo.
Tre movimenti lunghi che spaziano da placidi field recordings puntellati da instancabili rullate (Briques de fer) ad accumuli di strati sonori scanditi da ritmi dispari e accompagnati da estasi vocali memori dei Cocteau Twins (La race des loupes), in entrambi i casi sempre pronti ad immergersi in profondità abissali. La conclusiva title track ha invece un che del Badalamenti più lynchiano nell'accostare beatitudine apparente ed echi sinistri, esplicitati poi in fragori industriali e canti provenienti da lande remote.
Una natura in digitale invasa dalla fisicità, dalla materia degli oggetti percossi da Nelson: tanta varietà e un incastro più che efficace nonostante, all'apparenza, l'accostamento sembri forzato.

(Lemming Records / HysM? 2013)


venerdì 31 gennaio 2014

The Wolf of Wall Street

Strabordante, eccessivo, sfrenato.
L'ultimo film dell'intramontabile Martin Scorsese - il quinto con protagonista Leonardo DiCaprio - è la storia di Jordan Belfort, apprendista broker a Wall Street che, in seguito al "lunedì nero" del 1987, si mette in affari con il vicino di casa Donnie Azoff (Jonah Hill) e fonda la Stratton Oakmont, società d’investimento basata su penny stocks e affari non proprio legali. Un crescendo di eccessi - donne, droga, denaro - che attira ben presto l'FBI, ma fermarsi si rivela impossibile.

Basato su una storia vera - di più, il film è l'adattamento cinematografico dell'omonima biografia del vero Belfort - "The Wolf of Wall Street" è un film sul Potere e sul Denaro, vero dio della società capitalista e lasciapassare per l'onnipotenza: con i soldi è possibile acquistare tutto, non solo case, barche, droghe e sesso, ma anche l'ammirazione, l'amicizia o la libertà in carcere. Un ritratto impietoso di un uomo e di una società senza regole e senza morale, in cui il più forte può tutto, e chi si fa frenare dalla propria coscienza - l'agente dell'FBI Patrick Denham (Kyle Chandler) - si ritrova a dover tornare a casa in uno squallido vagone della metro, o a vivere in una sterminata periferia, geografica e sociale, in cui si sogna costantemente il successo ma non si hanno le carte per raggiungerlo (l'impietosa scena finale). 
E' ambiguo lo sguardo del regista, così com’è ambiguo il nostro giudizio verso personaggi in teoria da disprezzare, ma che di fatto risultano attraenti, accattivanti, oggetto della nostra ammirazione. Nel film non c'è posto per nessun sentimento vero, se non per un amore confuso col sesso e che affoga in un inganno costante, e per un’amicizia di casta - quella tra Jordan, Donnie e i vertici della Stratton Oakmont - che non si esita a tradire per salvarsi la pelle. 
La pellicola è satura di sesso e droga come non mai in Scorsese, e l'effetto è quello di un ottovolante di follia dal quale è impossibile scendere: si resta a bocca aperta in più di un'occasione, e molte scene risultano davvero esilaranti. Si sprecano i paragoni: da "Quei bravi ragazzi" dello stesso Scorsese (un parallelo tra il mondo della mafia e il mondo della finanza che lascia molto da pensare) al "Wall Street" di Stone, che aveva affrontato gli stessi temi ma in maniera, se vogliamo, più "quieta"; dal "Blow" di Ted Demme, ovvero come creare un impero dal nulla, al fiume di droga in "Paura e Delirio a Las Vegas" di Terry Gilliam. Molti confronti e paralleli possibili che non scalfiscono però la solidità di un'opera che ci mostra, per l'ennesima volta, un regista in stato di grazia e che, da "The Departed" in poi, non sbaglia un colpo: impeccabile e impareggiabile. Ottimo anche il cast: Hill e una splendida Margot Robbie, nei panni della seconda moglie del protagonista, supportano al meglio un DiCaprio sul quale, ormai, non è più necessario aggiungere nulla.


sabato 25 gennaio 2014

The Counselor

Un avvocato baciato dal successo (Michael Fassbender), ricco, bello ma purtroppo avido, decide di entrare in un traffico di droga per ricavare un guadagno stellare: deve importare in Texas un carico di cocaina proveniente dal Messico, del valore di oltre venti milioni di dollari. Ma in questo mondo, fino a quel momento sconosciuto per l'avvocato, gli imprevisti sono all'ordine del giorno, e se qualcosa va storto bisogna essere pronti a pagarne le conseguenze.

Quello di Ridley Scott è un thriller dal cast ricchissimo: oltre all'innominato protagonista figurano Javier Bardem nei panni di Reiner, ex cliente del avvocato e con stretti contatti col Cartello messicano, e sua moglie Malkina, una fredda e glaciale Cameron Diaz; Penelope Cruz è Laura, la donna che l'avvocato sta per sposare, e infine il criminale Westray, un sempreverde Brad Pitt. Un Olimpo di nomi che non riesce però a salvare una pellicola dalla trama scontata, in cui la piega degli eventi si dipana e si svela dopo forse meno di venti minuti dai titoli di testa, tra dialoghi spesso caricaturali in maniera imbarazzante (le uscite della Diaz su tutti) e costanti tentativi di catturare l'attenzione dello spettatore  con episodi saturi di attrazione sessuale e con una violenza atroce in maniera diabolicamente ammiccante - penso alla scena del motociclista, alla "istrionica" Diaz alle prese con una Jaguar, e al malessere generato dalla scena finale, che non mostra ma è comunque chiara. Anche la caratterizzazione dei personaggi ha una profondità solo di facciata: sembra quasi che, più che renderli tridimensionali, veri, Ridley Scott sia più interessato a vestirli bene e a metterne in mostra il lato più seducente. 

Ambientato tra El Paso e Ciudad Juarez, la città messicana tristemente nota per il più elevato tasso di omicidi al mondo; da segnalare il cammeo di Dean Norris, l'Hank Schrader di "Breaking Bad" qui nei panni dell'acquirente del carico di droga: quando si dice la legge del contrappasso. Sceneggiatura di Cormac McCarthy ("Non è un paese per vecchi", "La Strada") che al cinema, finora, ha dedicato di meglio. 
Insomma, un mezzo passo falso per il regista statunitense dopo il valido "Prometheus": al fratello Tony Scott, scomparso nel 2012, sinceramente poteva dedicare di meglio.